“Mi chiamo Beba”, della Prof. Anna Dello Buono

Anna Dello Buono è nata a Montella (AV) il 9 febbraio del 1946. Laureata in pedagogia, è stata docente di materie letterarie fin dal 1969, e per ben ventisette anni ha rivestito ruoli di Dirigente scolastico presso diversi Istituti, curandone in prima persona le attività didattico-educative. Dal 2011, anno del suo pensionamento, ha potuto dedicarsi con maggiore impegno alle attività di volontariato e politiche: infatti, è Presidente dell’Associazione femminile senza fini di lucro “Ginestra” e ha rivestito incarichi amministrativi presso il Comune di Montella in qualità di Consigliere ed Assessore.

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Mi chiamo Beba: L’opera di Palma Lavecchia Mi chiamo Beba, prefazione di Alessandro Meluzzi, è molto “ ben scritta”: innovativo l’intreccio narrativo, piacevole ed accattivante la lettura.

I due personaggi più importanti, Benedetta e Paola, la prima vittima di violenza da parte del compagno, la seconda un Capitano dei CC, si presentano al lettore in maniera diretta, narrandosi in prima persona. Molto convincente la verosimiglianza del racconto, che ha anche una notevole ed efficace forza “didascalica”. Il tema della violenza di genere è stato affrontato da diverse prospettive narrative: quello scelto dall’autrice ha il pregio di non apparire steretipato . Tale qualità non è scontata ed assume maggiore valenza proprio quando l’autore, pur traendo ispirazione dal lavoro che  svolge nella vita riesce ad  innalzare- come in questo caso- la propria esperienza, il proprio vissuto,  a “narrazione’’di  valore universale  in  cui tanti (e tante) possono riconoscersi.  E se sul tema della violenza, spessissimo noi donne  ci siamo ritrovate a riflettere, con rammarico e senso d’impotenza, sulla perversa spirale in cui possiamo cadere , vittime incapaci di reagire , di risollevarsi. In “Mi chiamo Beba le complicazioni – e le implicazioni – psicologiche del rapporto vittima –carnefice, la cosiddetta sindrome di Stoccolma, e il suo background psicologico e umano, sono resi con la  forza comunicativa che solo i fatti, solo la vita reale, riescono a trasmettere.

Non meno importante è il messaggio che la figura di Paola rimanda al lettore: nelle “Istituzioni” (nel nostro il Capitano dei Carabinieri) si possono incontrare le persone “adatte ” quelle capaci di calarsi nei “casi” (e risolverli) con occhio “laico” e con notevole carica umana. Ed è la condizione indispensabile perché la vittima possa risalire dal gorgo di autosvalutazione e di disistima in cui è lentamente ma inesorabilmente precipitata.

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