“Il principe Anselmo”, del regista Giampiero Borgia

Giampiero Borgia. Ha iniziato la sua formazione con Giorgio Albertazzi e ha proseguito i suoi studi come attore al Centro Sperimentale di Cinematografia e come regista conseguendo il Master GITIS per stranieri diretto da Jurij Alschitz, frequentando le sessioni dei maestri Oleg Kudriasciov, Sasha Anurov e Anatolj Vassil’eav, tenute a Roma, Mosca, Stoccolma, Berlino. Per anni è stato assistente di Alschitz ed è abilitato all’insegnamento e allo sviluppo del suo metodo di pedagogia teatrale. Il lavoro dell’attore è al centro dei suoi studi e della sua poetica come regista. Ha fondato ITACA – International Theatre Academy of the Adriatic, primo centro di formazione accreditato dalla Regione Puglia per la formazione professionale nell’ambito delle arti sceniche, e il Teatro dei Borgia che attualmente dirige. Ha diretto numerosi spettacoli presentati in Festival, Teatri e Università di diversi paesi europei, tra cui Spoleto, Edimburgo, Amiata, Stoccolma, Oslo, Berlino, Arhus, Tallin, Roma, Milano, Napoli, Siracusa, Arad. Ha messo in scena per primo dopo la morte di Carmelo Bene un suo scritto, Ritratto di Signora del Cavalier Masoch per intercessione della Beata Maria Goretti, prodotto dal Festival di Due Mondi di Spoleto. Tra le sue più importanti regie si ricordano per il Teatro Stabile di Catania Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente, di Matei Visniec (premio Sipario tra i Premi dei Critici Teatrali Italiani 2010), La cavalleria rusticana di Verga con cui l’omonimo teatro ha inaugurato la stagione 2011. Ha diretto inoltre il Filottete per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, l’Ifigenia in Aulide per il Napoli Teatro Festival e Gigi Proietti nel Don Chisciotte per la Fondazione Vincenzo Casillo.

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Il Principe Anselmo: Piazzetta San Martino è uno di quegli angoli che potrebbero appartenere a un Paese qualunque della nostra bella Italia, in cui il tempo si è fermato tra le pietre della piazza, tanto da lasciare immaginare che fosse così negli anni Settanta del romanzo della Lavecchia e forse è così ancora ora. È il piccolo palcoscenico su cui l’autrice poggia, come fossero i pupi di un presepe, i personaggi della vicenda. Li presenta uno per uno in apertura, come nell’avanspettacolo e tra i comici dell’arte, perché animino quel piccolo borgo in cui la città si ostina a restar quartiere. La piazza, i personaggi, le vicende che la Lavecchia ci racconta, sfuggono il cliché dell’epoca in cui il romanzo è ambientato. Le lotte politiche, le ideologie pervasive tipiche di ogni narrazione legata a quel periodo sono per fortuna del tutto assenti, se non per la menzionata animosità politica di uno di essi. L’autrice preferisce invece occuparsi dell’umano e le piace scrivere sul vivere, sulle relazioni, sui tratti psicologici e comportamentali delle sue creature e non seguirle nel loro agire storico politico.

Gli anni Settanta sono però importanti per costruire un’analogia con l’oggi. La crisi socio-economica prima e la crisi esistenziale in cui poi precipita il protagonista, potrebbero essere infatti contemporanee, ma l’autrice, collocandole una quarantina d’anni fa, ci aiuta a trovare la giusta distanza per goderci il racconto. C’è un che di erotico nel suo narrare: ci mostra quel tanto che serve per invogliarci, senza esibire quel troppo che ci annoierebbe.

Palma Lavecchia compone così un racconto che ha il respiro del romanzo pur nella sua brevità. È al contempo l’intreccio di tanti racconti brevi quante sono le vicende dei personaggi principali, alcune delle quali assumono a loro volta la dimensione, il rilievo e la profondità del “romanzo nel romanzo” e destano nel lettore curiosità sufficiente perché si abbandoni a immaginare come potrebbero svilupparsi in altri romanzi.

Tra tutti, determinanti sono gli incroci fra le vite di Romano, del Principe e di Consuelo.

Romano è un operaio, un uomo in tutto e per tutto ordinario, che si trova a fronteggiare un classico scenario di crisi: finisce in cassa integrazione, poi perde il lavoro. Poi arriva la separazione a concludere un matrimonio sfiorito. Potrebbe essere una figura del cinema italiano degli anni Settanta, ma rispetto a quegli anni si aggiunge l’elemento di contemporaneità della crisi del padre separato.

Consuelo è il dionisiaco che riemerge dalla vita passata del pacifico operaio – “La conoscevo dai tempi della scuola, trasgressiva e dannata come poche” – per trascinarlo nell’avventura della perdizione prima, poi nelle conseguenze dell’esperienza sensuale – “L’odore era il suo. Un odore di cagna selvatica, di terra bagnata dopo che ha piovuto: l’avrei riconosciuta tra mille e a occhi chiusi”.

Il Principe Anselmo è un barbone. È il personaggio che dà il titolo al romanzo; nella galleria introduttiva viene presentato per ultimo, come i veri protagonisti. Lui è il personaggio misterioso di un romanzo che per ricchezza sfugge alle definizioni di genere e di categoria. Dovrà compiere un gesto ovvio per tutti, ma enorme, addirittura eroico per lui. E il sotterraneo e silenzioso maturare di questo gesto è la vera azione principale del romanzo.

L’aspetto più originale del romanzo è proprio la programmatica evasione dagli stilemi suggeriti dai generi. Palma Lavecchia con Il principe Anselmo narra, da inguaribile romantica, le vicende di un’umanità miserabile, facendo emergere a tratti uno sguardo straordinariamente erotico. È come se Umiliati e offesi oppure Povera gente fossero stati scritti da Jane Austen e riadattati da D. H. Lawrence. Oppure come se Ken Loach dovesse fare il remake di Ghost. I personaggi, la situazione, la miseria materiale e morale sono quelli del neorealismo, o del documentario sociale. Le emozioni, lo stile, l’immaginario affettivo, l’analisi psicologica sono invece quelli della commedia romantica. E quando si pensa di potersi accomodare tra questi guanciali, irrompe a sgretolarli una imprevedibile tensione erotica. Oppure, la fuga nel romanzo storico che ci accompagna alla scoperta delle vicende di Gloomy Sunday, “la canzone dei suicidi” di Rezső  Seress o delle marocchinate successive alla battaglia di Montecassino.

È anche una storia del quotidiano, che racconta cosa succede a un uomo ordinario quando attraversa “la crisi”, come fosse un’avventura. Ma diversamente dai romanzi rosa e dalle commedie romantiche, cui in modo spiritoso l’autrice a volte occhieggia, qui ci vengono anche mostrate le conseguenze.

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