Incipit “BENVENUTI IN PARADISO”

Palma Lavecchia – Gianpaolo Balsamo

Benvenuti in Paradiso

Prefazione di Al Bano Carrisi – Postfazione di A. Renato Miazzolo

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 Prologo

Forse di storie simili nei quattro cantoni della Terra ne succedono a iosa, ma questa riteniamo meriti di essere raccontata perché, alla fine, anche dalle storie più strambe c’è sempre qualcosa da imparare. E questa, stramba lo è per davvero!

Protagonisti sono due impresari di onoranze funebri che avevano ereditato le proprie aziende dai rispettivi genitori. Tradizionalmente, quell’insano rapporto con la concorrenza, che la sorte beffarda aveva peraltro voluto collocare nella stessa via e a pochi passi, era andato avanti per generazioni, a suon di “chi sei tu e chi sono io”[1] per accaparrarsi questo o quell’altro defunto, ma senza mai sconfinare oltre. Almeno fino a quando non erano subentrati i rispettivi figli – i nostri due protagonisti – che, del tutto carenti di buon senso, hanno saputo tirar fuori veramente il peggio di sé.

La storia si è consumata in un paese della costa pugliese, che sarebbe inopportuno rivelare per non turbare non tanto la serenità di quei due invasati, quanto piuttosto quella degli attuali clienti, che davvero se la meritano tutta. Comunque, diciamo che si tratta di un paese in cui predomina, oltre all’azzurro del cielo e del mare, il bianco della pietra di certi vicoli che sembrano scavati come fossero fantasiosi ricami, e vi fermenta una vitalità genuina e semplice.

E’ proprio in uno di questi vicoli che si trovano le due agenzie di onoranze funebri, le uniche in quel paese, i cui locali sarebbero addirittura adiacenti se non vi fosse di mezzo la piccola bottega di un ciabattino, che di nome faceva Michele ma che era noto a tutti come Chelìn, a cui era toccata più di qualche sventura: non solo ha potuto contare su una clientela piuttosto ridotta in quanto scremata dai molti superstiziosi che se ne vedevano bene dal transitare davanti ai due negozi adiacenti, ma ha dovuto anche sorbirsi quel peggio a cui si accennava poc’anzi e che i due protagonisti avevano tirato fuori dopo essere diventati i titolari delle rispettive agenzie.

Così, al povero Chelìn, quando proprio era esausto delle beghe di quei due scriteriati, non rimaneva da far altro che lanciare un urlo deciso dall’interno di quella specie di grotta in cui soggiornava tra fetore di piedi misto a quello delle cromatine: «Ahooo… a vuleit fernèsc? E madonn…»[2] E a quel punto, seppure per un lasso di tempo decisamente sempre troppo breve, tra i due interveniva una tregua.

Ma, è chiaro, in paese Chelìn non era il solo a conoscere lo stato di guerra aperta in cui i due titolari vivevano permanentemente. Un’altra buona anima, che più volte si è vista costretta a intervenire, è don Peppino, il parroco della chiesa del rione storico, che fino al momento di imbattersi in quella sciagura credeva di essere dotato di tanta tanta pazienza. Pazienza che, purtroppo, qualche volta, nel corso della storia, si vedrà vacillare. Diciamo più di qualche volta, va’!

Don Peppino, va detto, non è soltanto il classico uomo “vestito di nero” con il proprio colletto bianco. Lui, parroco della Chiesa Madre, conosce il suo popolo e si consuma per esso. Nelle sue omelie domenicali, don Peppino non risparmia nessuno: «Fratelli, in questo paese, senza violare il segreto della confessione, ci sono tante persone lontane da Dio. Io penso alla vostra morale ma ognuno di voi deve pensare a guadagnarsi il Paradiso.» Come se fosse facile!

Certo è, ogni domenica era la stessa tiritera e ogni domenica arrivava puntuale il solito laconico commento: «Don Peppino, abbiamo capito!»

Inoltre, come in ogni paese che si rispetti, nella nostra storia c’è un Sindaco e c’è un’intera mandria di amministratori comunali. E il termine “mandria”, se proprio può risultare offensivo per qualcuno, certamente lo sarebbe per gli animali se paragonati a certi politiconzoli che, in vista delle elezioni, hanno accettato di vedersi coinvolgere in queste beghe di bassa lega, sperando di poter trarre il profitto di qualche manciata di voti in più. E quelli a cui si fa riferimento spunteranno come funghetti nel racconto che seguirà.

A pochi passi dalla strada indiavolata, che a dirla tutta si chiama via Santa Maria Dei Miracoli, si trova il Comando Stazione dei carabinieri, frequente meta di pellegrinaggio da parte dei nostri due protagonisti, che lì si recavano non tanto a proporre querele, perché sapevano che poi avrebbero prodotto rogne con le citazioni in tribunale e ne sarebbero conseguiti anche danni di immagine alle proprie attività, quanto per sfogarsi – e talvolta trascendere in vere e proprie piazzate – con il comandante, il Maresciallo Calogero Mancuso, prossimo a fregiarsi del grado di Luogotenente e ad un passo dal traguardo della meritata pensione dopo una vita spesa nell’Arma dei Carabinieri al servizio della comunità.

Sul comandante Calogero Mancuso, originario di Alcamo (“Sono di Alcamo marina”, soleva ripetere orgoglioso il militare) e non certo di un comune del Nord Italia come i Lettori potranno ben arguire semplicemente leggendo il suo nome e cognome, nulla da dire: sempre in prima linea, coraggioso, ferreo quando le circostanze lo impongono, ma costantemente rispettoso della gente, in ogni frangente proteso ad aiutare anche chi sbaglia. Insomma, la classica icona dell’Arma.

Nel nostro paesino costiero, il comandante Mancuso non è solo il tutore dell’ordine, l’investigatore, il militare: egli è, al contempo, l’amico, il confessore, il padre di famiglia, il fratello maggiore.

Ma vediamo più da vicino i due protagonisti principali di questo Libro. Lei, Teresa Piacentini, proprietaria della ditta P.O.P., che nulla aveva a che vedere con il noto genere musicale, ma che, invece, stava per “Premiate Onoranze Piacentini”, a quel tempo era una donna ad un passo dai Cinquanta, decisamente ben portati, vedova di un pover’uomo che non deve aver trovato altro modo per liberarsene che morire, e madre di due ragazzi, Brooke ed Eric, rispettivamente di 24 e 22 anni, entrambi votati a tutt’altro che all’azienda di famiglia. Il che rappresentava uno dei più profondi motivi di frustrazione della povera Teresa, che già immaginava scomparire con sé un’attività di altissimo prestigio e che fin dalle sue origini aveva avuto il privilegio di accompagnare nel delicato trapasso migliaia e migliaia di persone.

Teresa era, ed è, una donna coriacea, talvolta non esattamente assimilabile a una nobile, diciamo così, per certe sue imprecazioni che – va detto, solo raramente – usavano degenerare anche nell’utilizzo improprio delle mani e di altri oggetti di pronto impiego. Ma va capita: un’agenzia di onoranze funebri subisce davvero attacchi trasversali di ogni sorta, perché quello è un settore in cui, se ci si sa fare, i guadagni possono essere cospicui, e quindi bisogna sapersi difendere, soprattutto se la vita ha voluto che si rimanesse sole, completamente sole, a farlo.

Di corporatura piuttosto esile e dello stesso colorito della maggior parte dei suoi clienti, ostentava una capigliatura corta e di un biondo visibilmente finto, che ben si sposava con tutte le collezioni Cavalli che, alla stregua di una vera diva, tuttora sfoggia in tutte le stagioni. Unghie curate e sempre laccatissime, rosa shocking come il rossetto, al suo passaggio lascia una scia odorosa, alternatamente di una a scelta tra le migliori fragranze del noto stilista fiorentino.

Il suo collega-concorrente è Gianni De Paolis, titolare dell’ ”Ultima dimora srl”, anche lui figlio d’arte visto che, come spesso si vantava, proveniva da lunghe generazioni di “cacciamorti”. E quando qualcuno lo chiamava “necroforo”, Gianni era pronto a riprenderlo: «Io sono un imprenditore delle onoranze funebri mica un semplice becchino!»

Insomma, anche lui a qualche anno dal mezzo secolo di vita, era più che mai legato al suo lavoro e, come è facile immaginare, non conosceva orari, giorni di festa o periodi…morti. «Quando il cliente chiama, bisogna scappare! Lui ha bisogno di noi e noi di lui», soleva ripetere ai suoi dipendenti. Pochi, pochissimi. Appena due in verità.

Gianni è felicemente sposato, ha un unico figlio, Ivan (nomen omen, avrebbero detto gli antichi visto il suo temperamento…terribile), conosciuto nel vicinato come una piccola peste.

Quando donna Lucrezia, la mamma, ha da fare, si intrattiene spesso nell’agenzia di papà Gianni e qui, è facile immaginare, trovandosi attorniato solo e soltanto da cofani funebri, catafalchi e tutto il nécessair per guarnire gli spazi riservati a parenti e congiunti nel rito del commiato dal caro estinto, il piccolo Ivan non può fare altro che giocare con i piccoli “cofanetti” che il padre di solito fa preparare come gadget da regalare agli amici.

Ad Ivan, è pur vero, anche se non lo ha mai detto apertamente (ma lo pensa), papà Gianni vorrebbe tramandare il suo lavoro e tutta la sua esperienza. «Fare l’imprenditore funerario è roba di uomini e non certo di donne che si imbellettano, sculettano e lasciano scie di profumo quando si presentano nelle case dei clienti!»

Il riferimento, i nostri Lettori lo avranno già capito, era alla sua collega-concorrente.

Gianni, affetto da perfezionismo cronico, suo malgrado annovera tutte le componenti di questa patologia: eccesso di scrupolosità, senso del dovere, pignoleria, rigidità morale, razionalizzazione e, come se non bastasse, ritualizzazione del comportamento.

Ogni mattina, infatti, che ci fosse sole, neve o pioggia, che fosse Natale, Ferragosto o il 2 Novembre, quando si reca ad aprire la sua agenzia, oltre che salutare Chelìn («Auè!! Tutt a ‘appost?»), sfilando velocemente dinanzi la “P.O.P” non può fare a meno che infilare una mano nella tasca dei pantaloni e toccarsi le parti intime come segno scaramantico. «Nemmeno quando sarò morto mi farò toccare da quella donna», pensava ogni volta…

***

Uno

(tutti i capitoli dispari impersonano Teresa Piacentini e sono scritti da Palma Lavecchia)

«Non masticare la cingomma in quel modo che mi urti!» Questa la frase che avevo appena urlato a mia figlia Brooke quando si era aperta la porta e la prima candidata era entrata in negozio. Ma in meno di un attimo avevo cancellato la mia espressione da isterica e mi ero settata su un bel sorriso accogliente.

Il fatto è che proprio mi dà alla testa quando la vedo masticare come un lama! Dell’eleganza di Brooke di Beautiful quella povera figlia mia non ha preso niente, lo ammetto. Eppure era proprio sperando di emulare quella dote della nota protagonista della pluridecennale soap-opera che avevo scelto quel nome per lei. Ricordo ancora come se fosse ieri le accese discussioni con il mio defunto marito, che tanto insisteva perché chiamassi mia figlia come sua madre: Addolorata. Ma voi la immaginate una mia figlia con quel nome? Io no, e preferii accettare l’evenienza che mia suocera mi togliesse per sempre il saluto; come, in effetti, accadde.

E’ che questa tradizione di rinnovare il nome, così tipica del Meridione e molto sentita dalle nostre parti, proprio non mi andava a genio. Desideravo per i miei figli qualcosa di assolutamente unico, esclusivo, originale, che si distinguesse dai tanti Sterpeta, Ruggiero, Cataldo, Nicola, Sabino, Oronzo, Filomena e tutta l’altra caterva di Santi che vengono caldamente venerati in ogni angolo della Puglia.

Dopo Brooke nacque Eric. In realtà, il mio desiderio era di chiamarlo Ridge. Ridge: quanto mi piaceva! Con quel mascellone che sembrava scolpito nella roccia e uno sguardo così sensuale… Ma a quel punto mio marito minacciò di mettermi alla porta, e allora, per amore della famiglia, riuscii a convincerlo ad orientarci su un nome più sobrio ma non meno carismatico, considerando l’altro noto personaggio della serie, e cioè suo padre Eric.

Per entrambe le mie creature non vi dico le storie che inscenò don Peppino per battezzarli! Lui pretendeva dei nomi italiani e di Santi comuni, da scegliere sul calendario. E io non ero disposta in alcun modo ad assecondare quella sua bizzarra pretesa.

«Brooke significa abitante vicino a un ruscello: riesci a darmelo un senso a questa scelta irragionevole?!» quasi mi aveva aggredita, fissandomi con quelli che normalmente possono essere definiti come ‘occhi fuori dalle orbite’.

«Neeee, non lo vedi Beautiful?! – gli risposi. Brooke è quella bella donna bionda, elegante, sensuale.»

Non rispose. Si limitò ad alzare il dito indicandomi l’uscita e ostentando sul volto un’espressione che mi fece dedurre fosse meglio non controbattere. Poi, sul certificato di battesimo appose arbitrariamente il nome Maria davanti a quello che avevo scelto per la bambina; e Mario, qualche anno dopo, davanti a quello di Eric. E lui, solo lui, da sempre me li chiama così: Maria e Mario.

Comunque, tornando alla mia Brooke, va detto che, seppure pecchi in eleganza, ha un’intelligenza che non è seconda a nessuno. Ed era stata sua l’idea delle prefiche: «Mamma – mi aveva detto qualche giorno prima – e se riscoprissimo questa antica tradizione? Sai che bel colpo assesteresti a quel cignato[3]?!» riferendosi chiaramente al mio concorrente.

Geniale. La mia bambina era stata proprio geniale. Allora, subito ci eravamo messe alla ricerca, non c’era un solo attimo da perdere; del resto, la gente cercava lavoro e noi eravamo disposte a pagare bene. In un primo momento avevamo pensato di far pubblicare un articolo su qualche giornale locale, ma poi realizzammo che Gianni ne sarebbe venuto immediatamente a conoscenza e in questi casi è fondamentale che la concorrenza resti spiazzata davanti al fatto compiuto.

Pertanto, non ci rimase da fare altro che affidarci al passaparola nei paesi limitrofi, badando bene a non fornire troppe indicazioni ma proponendolo semplicemente come un lavoro di ‘grande emotività’ e ben retribuito. E tanto bastò perché di aspiranti ne richiamasse a dozzine, per cui dilazionammo gli incontri in modo da poter dedicare almeno mezzora a ciascuna delle donne che desideravano assicurarsi quel posto da prefiche.

La prima che entrò in negozio sembrava che stesse entrando nella casa degli spiriti. Si guardava attorno con circospezione come se da un momento all’altro da una delle casse si dovesse tirar su di scatto uno zombie e darle il benvenuto. Invece, il benvenuto glielo diedi io, andandole incontro con un bel sorriso e invitandola ad accomodarsi in una sala sul retro, dove avevamo allestito una poltroncina al centro e una bara posta di fianco.

Era una donna di poco più di quarant’anni, forse, ma portati male. Minuta e curva, aveva pensato bene, per l’occasione, di indossare un nero assoluto che la faceva sembrare ancora più triste. Dopo i convenevoli, io e Brooke la invitammo ad accomodarsi.

«Prego, signora. Vede? Tutto quello che deve fare è sedersi su quella poltroncina e piangere come se lì in quella bara ci fosse un suo caro estinto.»

Insomma, un gioco da ragazzi, che a noi donne dovrebbe riuscire alla perfezione. Eppure, niente: la signora era talmente terrorizzata che le lacrime dovevano essersi asciugate dentro i canali lacrimali. Ma quel lavoro doveva proprio servirle, perché ad un certo punto ci accorgemmo che si intinse rapidamente le dita di saliva (diciamo che ci sputò sopra, ecco) e simulò due lacrimucce strisciate e inefficaci appena sotto gli occhi, attraverso cui ci fissò deducendo da sola che proprio non era cosa.

Si alzò dalla sedia e fece spallucce, ma io e mia figlia, pur di non farla rimanere troppo male, le dicemmo comunque che le avremmo fatto sapere. Lei annuì con la testa, sapendo bene che, in realtà, difficilmente ci avrebbe risentite, e con aria affranta si stava avviando verso l’uscita quando Hannibal, il nostro gatto nero di razza Bombay, le tagliò improvvisamente la strada.

La signora lanciò l’urlo più indemoniato della storia delle urla indemoniate e poi stramazzò al suolo. Io e Brooke ci guardammo inorridite, perché la signora, che già pareva morta quando si muoveva, ora che non dava più segni di vita sembrava fosse trapassata per davvero. Dopo attimi di terrore, presi in mano la situazione e corsi nella bottega del ciabattino di fianco al mio negozio. «Chelìn, dammi la cromatina più puzzolente che hai! Sbrigati!!!»

Ma lui, forse intuendo la gravità e l’urgenza, decise che non esistesse nulla di più puzzolente di un certo paio di scarpe, e con solerzia me ne passò una delle due, dall’olezzo talmente intenso, che portata sotto il naso della sventurata, la fece scattare immediatamente in piedi come un grillo; dopodiché, senza neppure salutare, uscì in tutta fretta, lasciando me e mia figlia con la scarpa in mano e una certa espressione di stupore.

E fu così che ci trovò la seconda aspirante, una donna sulla sessantina, bassa e rotondetta ma con un vestitino succinto e fiorato che ne metteva in evidenza le generose forme e un’acconciatura posticcia che pareva avesse ancora dei bigodini montati sulla testa. Immediatamente ci rimettemmo in piedi e la salutammo con cordialità, accompagnandola nel retro, dove si sarebbe esibita nella già descritta performance. Che fu strepitosa! Pareva che davvero lì in quella cassa di pregiato mogano ci fosse deposto uno dei suoi più grandi affetti. E fu talmente realistica nel simulare il dolore che per un attimo io e Brooke avevamo a stento trattenuto la commozione.

Poi, improvvisamente, si fermò, ci guardò e sorridendoci chiese: «Beh? Come sono andata?»

Un applauso. Quello che le facemmo fu un lungo fragoroso applauso, a cui si unirono anche le mani robuste di mio figlio Eric. Era entrato in negozio già da qualche minuto, ma io e sua sorella, prese da quella magistrale interpretazione, non ce n’eravamo neppure accorte. Avevamo, quindi, apprezzato tutti la sceneggiata senza pari della signora Annamaria, a cui subito comunicammo che poteva considerarsi assunta.

Insomma, le giornate successive andarono avanti così, vagliando pazientemente numerose interpretazioni di talento più o meno discutibile, e alla fine riuscimmo a selezionare una piccola compagine di prefiche, che furono collocate sotto la direzione artistica della più brava di loro, Annamaria.

Ricordo ancora con grande emozione il giorno in cui potemmo tempestare la città di manifesti che pubblicizzavano il nostro esclusivo servizio, nuovo di zecca ma che aveva origini antiche. Tante furono le chiamate di amici e affezionati clienti, che intesero complimentarsi con noi per la strepitosa iniziativa, facendoci sentire incredibilmente gratificati.

Solo quel cignato di Gianni, incrociandomi, da galantuomo quale era, non si fece sfuggire l’occasione per insultarmi: «Scommetto che pensano a te quando piangono!» Eh, maledetta invidia.

Infatti, di richieste in quel periodo ne registrammo diverse, soprattutto per la scomparsa di persone decedute in case di riposo i cui parenti, lontani e pigri, preferivano pagare più che affrontare il viaggio e venire fin qui a piangere con lacrime proprie e un personale dolore il proprio congiunto.

Tutto andò a meraviglia fino a una stramaledetta domenica che mai, finché vivrò, potrò dimenticare. In un paese poco distante dal nostro venne a mancare all’affetto dei suoi cari un nobile, uno di quelli che ancora amavano fregiarsi del titolo, ignari del fatto che, ormai, da anni se ne fosse perduto il senso. Come talvolta accade anche nelle migliori famiglie, tra la moglie dell’estinto e le di lui sorelle, talmente acide da non aver mai trovato marito, esistevano antichi rancori che neppure la morte del loro più prossimo congiunto riuscì a sanare.

Anzi, a dire il vero, la sua scomparsa, addirittura, li incrementò. Infatti, nonostante la vedova avesse chiesto una carrozza con sei cavalli neri perché l’uomo che aveva amato per una vita intera ricevesse il più dignitoso saluto, le sorelle ritennero che quel funerale fosse comunque troppo sobrio e che il loro adorato fratello meritasse, in realtà, molto di più. Pertanto, pretesero la presenza di tutte le prefiche disponibili, costringendomi – dietro cospicua ricompensa – a dare forfait a un altro funerale a cui due di loro avrebbero dovuto partecipare, e a dirottarle tutte e cinque al cospetto del nobile.

A vederle, facevano la loro bella figura, tutte vestite rigorosamente di nero e con il velo a coprirne il capo, con Annamaria visibilmente più matura e le altre che potevano sembrare sue figlie o sorelle. Raggiunto lo sfarzoso feretro, subito iniziarono la nota pantomima, pronunciando frasi piuttosto generiche e che potevano essere perfettamente adattabili ad ogni circostanza, riscuotendo immediatamente il più alto apprezzamento da parte delle sorelle del defunto.

Ma ciò che quelle sorelle non potevano sapere, oppure a questo punto posso sospettare sapessero perfettamente e abbiano inteso omaggiare tutti di un …diciamo così… spettacolare fuori programma, è che il loro rispettabile fratello in vita aveva avuto un’amante di lunga data, da cui avrebbe avuto due figlie, ma che, nonostante questo, la moglie avesse fatto finta di niente per amore della famiglia e del loro buon nome.

Allora, va bene aver finto di non sapere per una vita intera, va bene averlo accettato ogni volta nel loro letto coniugale pur sapendo degli incontri clandestini che aveva con quell’altra donna, di cui però non conosceva il volto; ma il fatto, adesso, di trovarsela lì, spudorata, a piangerselo come se nulla fosse, era un affronto che proprio non poteva accettare.

Il tutto si consumò in un attimo, in cui la signora vedova, evidentemente dimentica del sangue blu che le fluiva nelle vene, pensò bene di scagliarsi contro la povera Annamaria con una presa felina, ma rimanendo con la di lei chioma a forma di bigodini tra le mani, e scoprendo solo allora che si trattava di un tupè. Senza perdersi d’animo, la vedova lo scaraventò animosamente contro il cadavere del marito, attingendo il poveretto alla faccia, che a guardarlo così pareva avesse un polipo arricciato al posto della testa.

I figli della vedova, immediatamente intervenuti, forse anche loro indotti a ritenere di sapere chi fossero quelle donne, aggredirono le ignare prefiche e ne scaturì una rissa spaventosa. E quando dico spaventosa, intendo veramente spaventosa!

E di quanto fosse, appunto, spaventosa ebbi modo di realizzarlo quando, chiamata da un infermiere dell’ospedale senza ricevere troppe spiegazioni, mi precipitai al pronto soccorso e trovai Annamaria con la testa glabra e qualche punto sul sopracciglio destro, ma mi spiegarono poi che quella rasatura era frutto di una pregressa calvizie e non della rissa, e che i sanitari si erano solo limitati a suturarle la piccola ferita. Le altre prefiche, invece, erano chi contusa, chi ammaccata, chi in stato di shock.

Inutile dire che i carabinieri quel giorno ebbero non poco da lavorare, accompagnando tutti i coinvolti nella rissa prima al nosocomio e poi in caserma, dove furono scrupolosamente sentiti a verbale.

La più agguerrita era senza ombra di dubbio Annamaria, che pretese non solo di sporgere querela, ma di avere tempestivamente la presenza del suo avvocato, affinché le curasse fin da subito ogni aspetto della richiesta di risarcimento danni, sia fisici che di immagine, che le avevano cagionato. Solo che, dopo un attimo in cui la vedova era riuscita ad avvicinarla, aveva improvvisamente cambiato idea e oggi, guarda il caso, lavora come sua badante con un contratto a tempo indeterminato, a cui andrebbe aggiunta la cospicua somma che i malpensanti – o forse i beninformati – dicono le sia scivolata in tasca sotto forma di assegno proprio durante quel fugace incontro avvenuto in caserma.

Il che mi avrebbe fatto sorgere il dubbio che anche la pretesa di sporgere querela non fosse stata altro che una sua magistrale interpretazione, la migliore fino a quel momento, quella in assoluto più redditizia di tutte.

Così solo ai carabinieri era rimasto il lavoraccio peggiore e più infruttuoso.

E a me, invece, era rimasta la certezza che delle prefiche ne avevo già abbastanza, anche perché, ormai, persa la migliore, le altre non sarebbero comunque state all’altezza di quel particolare incarico. Per cui adesso bisognava cimentarsi in altre formule creative. E così fu.

***

Due

(tutti i capitoli pari impersonano Gianni De Paolis e sono scritti da Gianpaolo Balsamo)

“Non vendiamo lacrime finte. Da generazioni l’”Ultima dimora srl” rispetta il vostro dolore…”

All’indomani della “disavventura” capitata alla “Premiate Onoranze Piacentini” ed alla sue prefiche, non mi feci scappare l’occasione per lanciare una campagna pubblicitaria con tanto di manifesti e volantini per promuovere la mia impresa funebre ma, diciamola tutta, soprattutto per gettare ulteriore discredito sulla mia collega-rivale.

«Piangi sulle perdite perché sono molte, ma celebra le vittorie perché sono poche. Mio nonno lo ripeteva sempre a mio padre. La buonanima di tuo nonno lo diceva sempre a me ed io continuerò a ripetertelo, figlio mio.» In realtà il piccolo Ivan (il terribile), il significato di quella frase naftalinizzata, tramandata di generazione in generazione, l’aveva non solo compreso alla perfezione ma lo aveva fatto suo.

«Batte u firre acquanne iè ccalde!»[4], ripeteva anche mio padre traslando un modo dire del solito nonno.

E così, come poteva, nei momenti in cui riusciva a sfuggire al controllo mio e della mamma, Ivan infilava i volantini pubblicitari della nostra azienda sotto la porta d’ingresso della P.O.P. o si divertiva a scòcciarli sul parabrezza dell’auto di Teresa che, puntualmente, si guastava la giornata.

«Ivan, questi dispetti non si fanno», lo redarguivo ma in cuor mio gongolavo…

E, a proposito di pubblicità, ricordo quella volta quando l’amministrazione comunale si fece promotrice di una colletta per aiutare la squadra locale della Virtus (croce e delizia, in verità, di uno sparuto numero di tifosi della domenica e da bar dello sport) a sostenere le spese in vista del prossimo campionato di calcio in serie D.

Il primo cittadino Piergiorgio Cassatella e l’assessore comunale allo Sport, Ruggiero Pallavicini (con la delega anche alle Politiche dell’infanzia ed alle Giovani generazioni), inviarono ai pochi imprenditori del paesello una lettera infarcita di una infinità di frasi preconfezionate tratte sicuramente da qualche manuale di politichese trovato chissà su quale scaffale impolverato («Lo sport cittadino deve continuare ad essere una risorsa economica ma soprattutto sociale e culturale», «Pensiamo al benessere psicofisico dell’intera collettività», «Riappropriamoci dello sport, quale futuro per i nostri ragazzi») e suggellata da un chiaro invito alla magnanimità e…ad aprire il proprio portafoglio: «Mobilitiamoci per salvare la nostra Virtus.»

Non Vi dico cosa non fecero certi politiconzoli di bassa lega, soprattutto un paio di consiglieri comunali di maggioranza, Savino e Gustavo Traffichini, guarda caso fratelli e rappresentanti di un partito politico e di una lista civica. Ebbene i due, pur di aiutare la squadra di casa, ma in realtà il loro obiettivo fu quello di accaparrarsi la benevolenza (e un po’ di voti) di qualche elettore in previsione nelle prossime elezioni comunali, investirono di tasca propria acquistando un pacchetto di abbonamenti allo stadio che furono donati alle famiglie meno abbienti che non potevano permetterselo. O, probabilmente, a quei nuclei familiari più numerosi e, quindi, con più elettori!

Temendo che Teresa giocasse d’anticipo, mostrando un falso attaccamento all’unica squadra calcistica di casa e sfoderando la sua falsa virtù di “buona samaritana”, decisi di rispondere subito all’appello e di acquistare (fu un vero salasso!) e sponsorizzare, per l’intera durata del campionato, le divise da gioco e tutto il materiale tecnico-sportivo occorrente per la squadra. Il logo dell’”Ultima dimora srl” così campeggiò sul pulmino, sulle borse, sulle tute e, ovviamente, anche sulle magliette.

Ora, il Lettore deve comprendere, per le imprese di onoranze funebri, la loro attività è forse tra le più difficili da reclamizzare. Quali che siano le parole usate, quali che siano i mezzi, il rischio del cattivo gusto o del grottesco è sempre in agguato.

In quella circostanza, per esempio, quando comparve il nome della mia azienda sulle casacche da gioco, alcuni cronisti sportivi non parlarono più di “magliette”, ma di “sudari”. Immaginate come se la rise la mia “amica” dalla chioma biondo-finto. «Vipera!»

Dopo un’accurata ricerca su internet, però, riuscii a far capire a qualche tifoso scaramantico che altrove, specie in alcuni Paesi dove il calcio è vissuto in maniera “estrema”, si è assistito spesso a fenomeni particolari legati al binomio calcio-onoranze-funebri. Dalle ceneri sparse sul terreno di gioco in Inghilterra fino in Spagna dove i tifosi di una blasonata squadra locale portarono un’urna cineraria sotto la curva allo stadio per permettere ad un tifoso morto di “assistere” alla partita per un’ultima volta. In Brasile e Argentina, addirittura, spiegai sempre ai tifosi della Virtus, alcuni colleghi impresari funebri lanciarono varie linee di bare con i colori delle squadre più in voga.

Le mie rassicurazioni, condite dal mio solito savoir faire che sono solito sfoggiare nelle situazioni più imbarazzanti, dovettero però fare i conti, sin dalle primissime giornate del campionato, con i risultati negativi che gli ex-beniamini locali accumularono partita dopo partita.

E guardando alla sfortuna, agli errori arbitrali e alla classifica disastrosa della squadra, qualcuno arrivò anche a pensare: «In quello spogliatoio ci dev’essere il diavolo!»

Come risolvere la situazione, dunque? Altri ipotizzarono di ingaggiare un…esorcista.

Sta di fatto che la Virtus sponsorizzata dall’”Ultima dimora srl”, alla fine del campionato fu condannata ad accantonare il sogno di riscatto e ad un’inevitabile retrocessione che pesò come un macigno sulla tifoseria ma, anche, sulla mia azienda e sulla mia famiglia.

Qualche buontempone (in realtà io so chi fu…) non perse occasione per stigmatizzare quella mia “disavventura” nel mondo dello sport con una frase vergata con vernice rossa, trovata una mattina sulla saracinesca della mia impresa. C’era scritto: «Ultima dimora-ultimi in campionato». Chi aveva osato sfidarmi? Chi mi stava prendendo a sberleffi?

«Chelìn, hai visto qualcuno avvicinarsi alla porta del mio negozio con una bomboletta di vernice spray? Cerca di ricordare…»

E lui, il ciabattino che soleva ripetere ai suoi clienti affezionati “Na paròle de méne retírte á ccaste”[5], non si smentì neanche questa volta. Mi guardò, mi fece spallucce e continuò a battere la suola di una scarpa con la lesina.

Nutrendo però forti sospetti sulla Piacentini che, è inutile ribadirlo, è sempre stata invidiosa come una serpe, mi avviai verso la Stazione dei carabinieri per sporgere denuncia contro ignoti per l’imbrattamento della serranda ma, in realtà, come mi capitava spesso, varcai il pesante portone in legno della caserma perché solo il Maresciallo Calogero Mancuso riusciva ad acquietare la mia ira con il suo vocione, il suo sguardo burbero ma gentile, autorevole ma docile. Insomma, da “carabiniere nel sangue.”

«Dovrò pure vendicarmi in qualche modo. Il Maresciallo dice che non ho prove per incastrarla ma io sono sicuro che è stata lei. Devo dimostrare di essere superiore ma, sia ben inteso, non mi piegherò mai ad una simile umiliazione.» Tutti questi pensieri affollarono la mia mente durante il tragitto di ritorno, dalla caserma dei carabinieri a casa. Fino a quando un’idea mi balenò all’improvviso proprio come il sole pugliese mattutino che, levandosi, oltre a dissipare le ombre della notte, riesce ad illuminare ogni casa e la rende luminosa, vivida, bianchissima.

Giunto nel mio ufficiolo, pertanto, incurante di alcuni appuntamenti che Lucrezia mi aveva fissato, presi carta e penna e cominciai a scrivere: «ULTIMA dimora, PRIMA per dedizione allo sport cittadino e convenienza. Offriamo l’”ULTIMO saluto” al miglior prezzo.»

Ecco, grazie a quella scritta verniciata sulla saracinesca, avevo trovato lo slogan della nuova campagna pubblicitaria che, nei giorni successivi, inondò il paese: manifesti, pieghevoli, totem e gli immancabili volantini che ebbi cura di far recapitare nelle buche postali e sui parabrezza delle auto. Compresa quella della vipera… Ops, di Teresa Piacentini.

Mi costò un esborso extra di euro ma, si sa, la concorrenza è spietata, forse più della morte…

***

[1]  Modo di dire che indica un affronto tra due persone

[2] Che, tradotto in italiano, significa: «Invoco la Madonna perché interceda affinché gradiate porre fine a queste intemperanze!»

[3] Cignato: identifica il “cornuto”, colui che ha le corna, proponendo una similitudine con i tipici germogli (ciglia, da cui cigni) delle patate, che assumono proprio l’aspetto tipico delle ramificazioni.

[4] Che tradotto in italiano, significa: «Batti il ferro quando è caldo», cioè, «Carpe diem.»

[5]  Che, tradotto in italiano, significa: «Una parola di meno e tornatene a casa», cioè, «La parola è d’argento ma il silenzio è d’oro».

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