Incipit “DIARIO DI UNA MOGLIE TRADITA”

Palma Lavecchia 

Diario di una moglie tradita

Introduzione di Marco Falaguasta

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Giovedì 19 ottobre 2017

 Caro Diario,

io non lo avevo capito. Evidentemente non avevo voluto coglierne i segni, le crepe, ma giuro che non lo avevo capito. Fino a quando la vita, con una puntualità dolorosa, ha scelto un momento preciso per scuotermi dal torpore delle mie eterne certezze.

Stamattina mi hanno chiamata dalla Procura per affidarmi una nuova traduzione. Erano mesi che non ne facevo una. Mesi. Allora mi sono vestita, truccata, e ho raggiunto quel palazzo in cui ogni spazio, ogni volto, mi è familiare. Ricevuto l’incarico, ho ripreso il corridoio quando mi sono imbattuta in una collega di Giorgio.

«Come stai?» mi ha travolta, con quel suo fare teatrale e una voce esasperatamente squillante.. «ma soprattutto come sta Giorgio? Ieri sera stava talmente poco bene da disertare la cena di noi ‘Principi del Foro’! Ora sta meglio?»

Sbang!.. È stato un pugno dritto nello stomaco, e una sostanza fredda e vischiosa mi ha pervasa ovunque. Le gambe sono improvvisamente diventate fragili e tremolanti, così come la voce e i pensieri. Non riuscivo più ad articolare una frase, neppure quella di saluto, un congedo, una fuga. Avvertivo solo un nodo nel petto, il respiro improvvisamente affannoso.

«Sì – sono miracolosamente riuscita a risponderle, addirittura abbozzando un sorriso – solo un malore passeggero. Ora sta meglio» poi ho finto che il cellulare mi vibrasse in borsa e ho risposto, rivolgendole un rapido cenno con la mano e allontanandomi a grandi falcate, come se ci fosse qualcuno lì fuori ad aspettarmi.

Invece ad aspettarmi non c’era nessuno, non c’è mai nessuno, e io di questo fino ad oggi non me n’ero resa conto. Mi sono sfilati via gli anni come i grani di un rosario tra le dita senza che me ne rendessi conto. E sempre senza rendermene conto, quando la verità mi ha attinta con tutta la violenza di cui solo lei può essere capace, ho fatto l’ultima cosa che mai avrei immaginato di fare: gli ho offerto un alibi.

Ma ora che ci penso, capisco che quell’alibi non l’ho offerto a lui, che ieri sera chissà dov’era, e con chi, perché a me invece ha detto che a quella cena ci è andato, ed è tornato che era notte fonda. Quell’alibi l’ho offerto ai miei figli, alle loro vite che proprio ora stanno prendendo certe strade che io non posso permettere vengano intaccate, compromesse. Amedeo dice di voler tentare un’esperienza all’estero prima di scegliere un percorso universitario, ma ancora non sa bene a far cosa, né dove, né quando. Dorotea, già fin da prima che si laureasse, lavora con suo padre e vive con lui una strana simbiosi in cui ammirazione e competizione sono compresenti. Se facessi ora l’unica cosa che desidererei fare, ossia fuggire via lontano senza neppure chiedere, senza sapere altro, inevitabilmente rischierei di rompere i loro equilibri instabili.

Non so cosa farò, come reagirò quando lui tornerà a casa; per ora so solo che avverto ancora questo tremore nel petto, incapace di piangere e urlare come vorrei, e me ne sto qui, a fissare frasi e parole che conosco a memoria e che dovrei tradurre, ma di cui improvvisamente sembra che abbia completamente dimenticato il significato. Temo di essere dentro una gabbia; o forse c’ero già chissà da quanto, solo che non me n’ero mai accorta.

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Venerdì 20 ottobre 2017

Ho un forte cerchio alla testa, credo di non aver chiuso occhio per tutta la notte. Per ore ho fissato il soffitto, seguendo i disegni di luce tracciati sulle pareti a ogni passaggio delle auto giù in strada. Ma accanto a me il respiro di lui mi riportava costantemente alla realtà.

Ho fatto di tutto per trattenerle, ma lacrime silenziose hanno attraversato e scaldato i solchi delle mie poche rughe, prima di affondare nello stesso cuscino in cui ho soffocato più di qualche singhiozzo. Siamo due dentro questa stanza, eppure mi sento più sola di quando sola lo sia per davvero.

Da ieri è come se dettagli su cui prima scorrevo distrattamente ora avessero finalmente un contorno preciso, reale. Quel telefono da cui ormai da mesi non si separava più. Scuse improbabili per giustificare certi ritardi. I viaggi di lavoro sempre più frequenti. Un dirupo tra noi a cui ancora non avevo saputo dare un nome. E che adesso pare avermi inghiottita.

Ieri sera Giorgio e Dorotea sono rientrati a casa assieme: discutevano animatamente di lavoro, e osservandoli a me sembrava di vedere due facce di una stessa medaglia, due funambuli che per sperare di restare in equilibrio hanno bisogno l’uno del sostegno dell’altra. Anche quando discutono, anche quando litigano: si nutrono di reciproche approvazioni, come in uno strano balletto difficile da raccontare a parole.

Lei è sottile come lui, muove le mani per aria con la sua stessa eleganza quando parla, e ha il suo stesso modo accattivante di guardare, il tono della voce ammaliante. È la sua parte femminile, e lui quella maschile di lei. Se mancano, si cercano; se ci sono, si pizzicano. A te posso dirlo, caro mio diario: in alcuni momenti, negli anni, ho quasi invidiato quel rapporto fatto di complicità profonde, di un’impercettibile alchimia, da cui io ero evidentemente esclusa.

Solo che ora il pensiero che un’altra donna possa avere con lui un simile legame di raffinate intese letteralmente mi uccide. E mentre si fa sempre più strada in me la voglia, il desiderio e l’esigenza di sapere chi sia e conoscere ogni cosa di lei, sento che cresce anche la certezza di voler difendere ad ogni costo la serenità delle uniche persone che amo: i miei figli.

Per loro, solo per loro, dovrò trovare un modo per annullare questo senso di nausea e di repulsione che ora provo per l’unico uomo che abbia mai amato, io che tanto desidererei, invece, strappargli via brandelli di carne viva con le mie stesse unghie, provocandogli un dolore lacerante identico a quello che ora avverto dentro le carni mie. Vorrei riempirlo di tutti i possibili improperi, quelli esistenti e quelli che inventerei solo per lui, per raccontargli la delusione profonda, lo scoramento, lo smarrimento in cui mi ha gettata. Lo schifo che provo per quello che mi sta facendo.

Non so ancora come farò, ma lo troverò un modo per superare tutta questa gran voglia di piangere e urlare. E dopo, spero per lei che sia una donna forte abbastanza, perché da quel momento in poi dovrà fare i conti con la mia determinazione a non dargliela vinta.

Dopo, però. Adesso ho ancora troppo male addosso.

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Domenica 22 ottobre 2017

Caro Diario,

ieri, come ogni sabato, sono stata a far visita a mamma nella sua casa in riva al lago. Solo che, fortunatamente, riuscendo a cogliere l’occasione dell’assenza di mio fratello, ho detto a Giorgio che avrei approfittato per stare un po’ da sola con mia sorella e con mia madre, che da quando papà è venuto a mancare si è trasformata in un essere fragile e malinconico.

Anche Linda era sola, perché suo marito, poliziotto come lei, era in servizio. E a me non sembrava vero che la Vita mi avesse offerto questa bella possibilità di starcene un po’ tutte e tre attorno alla tavola, a chiacchierare come ai vecchi tempi, senza la necessità di dover fingere, proprio ora che di coprire la mia rabbia e la mia tristezza non ne ho voglia per niente.

Mamma prepara sempre un sacco di cose buone quando sa di averci a pranzo da lei; peccato che non sia riuscita a mandar giù quasi nulla, e mi ha salvata una bugia.. un fantomatico sintomo influenzale. Lei ci ha creduto e mi ha preparato una delle sue buone tisane, che se non ha potuto guarire alcun mal di pancia, perché inesistente, di sicuro mi ha fatto bene all’anima. Rassettata la cucina, mamma preferisce sempre appisolarsi sul divano con indosso la copertina di lana pesante che era stata di mia nonna, e questi nostri gesti ricorrenti conservano tutto il calore di una liturgia che ci mantiene legate alle nostre radici ben salde e ai valori migliori.

Allora io e Linda ne abbiamo approfittato per fare due passi attorno al lago. In questa stagione la vegetazione è tremendamente bella, come vestita a festa con colori che vanno dal giallo ocra al rosso sgargiante, passando per ogni tonalità di verde a riflettersi nell’acqua cristallina.

A lei ho raccontato tutto così, senza mezzi termini; del resto, se non ne avessi parlato con qualcuno, prima o poi sarei scoppiata. E lei, per tutta risposta, mi ha fatto una scenata. La stessa che io non ho fatto a Giorgio, l’ho subita da mia sorella, che proprio non accetta l’idea che io possa anche solo pensare di fingere di non aver capito nulla e tenermelo accanto pur immaginando l’esistenza di un’altra donna.

Ma lei, da cui mi separano oltre nove anni, è molto diversa da me, agisce unicamente su spinte emotive, è impulsiva, ‘di pancia’, e non mi aspettavo certamente che avrebbe apprezzato il mio punto di vista. Però quella sua reazione è un po’ il prezzo che ho dovuto pagare pur di avere qualcuno con cui parlarne, qualcuno di cui mi fidassi davvero, e lei, a cui comunque ho fatto giurare di non farne cenno con nessuno, è davvero l’unica di cui sento di potermi fidare.

In serata, invece, siamo stati alla solita cena a casa dei soliti amici, e mentre gli uomini se ne stavano raccolti sul divano davanti alla tv a guardare la partita, io mi guardavo attorno con una insolita circospezione, chiedendomi se qualcuno di loro sapesse, o se addirittura gli reggessero il gioco. Aveva tutto un sapore fortemente imbarazzante per me.

Ad un tratto deve avergli vibrato il telefono, perché con un gesto fugace prima ha letto qualcosa, poi lo ha riposto immediatamente in tasca e ha abbozzato un sorriso che lasciasse intendere agli amici che era presente e partecipe ai loro discorsi. Ma con la testa se n’è andato altrove, era evidente. Ed è stato allora che me ne sarei voluta scappare via, tornare ad urlare come già avevo fatto la mattina durante il tragitto verso casa di mia madre, per sentirmi almeno un poco più leggera. Per poco.

Poi siamo tornati a casa. Ho temporeggiato prima di infilarmi nel letto, sperando che lui dormisse. Infatti dormiva e almeno questo mi aveva fatta sentire sollevata. Finché ad un tratto la sua mano non è venuta a cercarmi, provando a tirarmi verso di sé; ma io ho respirato profondamente e gli ho chiesto di scusarmi, ma avevo un gran cerchio alla testa perché forse avevo bevuto un bicchierino di troppo.

E lui ha subito ceduto, lasciandomi sola con un indescrivibile e inedito senso di repulsione e di eccitamento: lo schifo all’idea che quella sua pelle, che fino ad allora avevo sentito solo mia, ora appartenesse anche a qualcun’altra, e l’eccitamento di chi ritiene di poter ancora dimostrare di non essere seconda a nessuna.

E dio solo sa quanto tutto questo mi abbia fatta sentire terribilmente stupida.

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Mercoledì 25 ottobre 2017

Giornate brutte, di amarezza e solchi incisi a carne viva. Sto vivendo come chi crede e spera di aver toccato il fondo, ma in realtà questo fondo sembra non essere mai abbastanza profondo, e un nuovo tassello macchia di veleno il quadro che si sta delineando sotto i miei occhi increduli.

L’altra notte mi sono svegliata improvvisamente e ho sentito farsi strada in me, come un fluido vischioso e tale da procurarmi uno strano formicolio dentro la pancia, un’esigenza che finora non avevo mai avvertito: controllare il suo cellulare, lasciato a caricare ad appena un passo, sullo scrittoio.

E lì, una nuova scoperta: il riconoscimento attraverso l’impronta digitale. L’impronta digitale??? Giorgio è sempre stato un uomo semplice e poco attaccato alle diavolerie tecnologiche, ma ora che guardavo quel corpo addormentato nel suo respiro inquieto mi sembrava davvero di non riconoscere quasi più nulla di lui.

Il meglio, però, doveva ancora venire. Ho iniziato a seguirlo. Con la macchina di mia sorella, appostata per ore sotto lo studio, sapevo che prima o poi da lì si sarebbe mosso per raggiungere l’altra. E in effetti, dopo un paio di giornate trascorse in quel modo, alla fine ho avuto ragione.

Ha percorso un lungo tratto e ha raggiunto la tangenziale, e poi da lì una zona di periferia in cui finora credo di non essere mai neppure passata. Ha parcheggiato ed è entrato in un bar che evidentemente doveva avere una saletta interna dove lei lo stava già aspettando. E’ trascorsa all’incirca un’ora, ma a me è sembrata lunga quanto una stagione, e ho provato una policromia di sentimenti che non saprei neppure raccontare.

Finché ad un tratto, finalmente, sono usciti. Camminavano l’uno accanto all’altra verso le auto parcheggiate sul marciapiede opposto, e ridevano. Sì, lui rideva con una freschezza che avevo dannatamente dimenticato. Poi un gesto fugace, una mano rapidissima poggiata sulla spalla di lei con un fare intimamente protettivo al sopraggiungere di un’auto dalla direzione opposta. Un gesto che mi è rimasto impresso dentro come un fotogramma e che mi si ripropone così come fa un cibo pesante quando rimane sullo stomaco.

Quando si sono fermati a pochi passi da me ho potuto vederla meglio e scoprire una bellezza dolorosa, giovanile ma di cui non avrei saputo dire giovane quanto, curata in ogni dettaglio, così vicina allo stile di lui e ai suoi abiti sartoriali sempre molto ricercati ed eleganti. Hanno riso ancora, poi una carezza di lui, lei che si è avvicinata come a raccogliere l’ultima nota del suo profumo e che si sarebbe portata via prima di montare entrambi sulle rispettive auto.

Sono rimasta lì per un tempo interminabile, in un silenzio rumorosissimo di certezze che si sgretolano e pezzi che cadono giù. Poi ho chiamato mia sorella e le ho dato le cifre di quella targa e nel frattempo l’ho raggiunta al Commissariato per lasciarle la sua macchina.

Quando sono arrivata è scesa nel parcheggio e si è seduta accanto a me e, nel porgermi un pezzo di carta, mi ha chiesto, con un’espressione carica di disprezzo «E’ davvero possibile che abbia 35 anni?»

Sono rimasta senza parole. Io che le parole le conosco in almeno cinque lingue diverse, in quel momento non ne ricordavo neppure una. Ho afferrato il foglietto: Flavia Maggi, 9/11/1982.

«Sta con una di 35 anni?» ha insistito mia sorella, con lo stesso furore di chi tra le mani abbia un punteruolo e lo girasse dentro il mio ventre. «No, no, tranquilla – mi sono sentita rispondere – la macchina deve essere intestata a qualcun’altra: la donna che ho visto con lui avrà avuto suppergiù la mia età».

Non ce la facevo. Non ce la facevo ad accettare e ad ammettere che l’uomo con cui ho vissuto una vita intera abbia perso la testa per una che ha vent’anni meno di lui e praticamente sia quasi coetanea di sua figlia. Ma soprattutto non ero pronta a raccogliere tutti gli insulti che mia sorella gli avrebbe sciorinato contro.

Allora le ho messo su una scusa e sono andata via. A fare i conti con un sospetto che si è fatta certezza e un dolore che inizia a diventare sempre più grande e insostenibile.

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Domenica 29 ottobre 2017

Caro Diario,

sono state giornate difficili, davvero difficili per me. Ma arriva un momento in cui, ritenendo di aver toccato il fondo, c’è qualcosa che dentro di noi scatta e ci fa finalmente scegliere di rimontare la china.

Mercoledì, dopo aver scoperto quanto giovane e bella fosse la mia rivale, sono caduta in uno stato di frustrazione profonda. Soprattutto quando mi sono soffermata a fissare il mio riflesso nello specchio, scoprendo una donna ormai rilassata, e per ‘rilassata’ intendo ogni possibile accezione negativa.

Come se ormai avessi raggiunto un traguardo stabile e sicuro; come se non ci fosse più alcun bisogno di apparire, curarmi e mostrare quel che di bello, nonostante qualche anno in più, ancora io possieda.

Mentre mi chiedevo come potessi io, ormai, competere con una donna così bella e raggiante, mi sono molto arrabbiata con me stessa per tutto quello che ora vedevo in quello specchio, ed è stato inevitabile ripensare ai primi tempi con Giorgio, e anche agli anni che si erano immediatamente succeduti. Ai capelli sempre curati, ai vestitini sobri ma eleganti, alle scollature che mettevano, con raffinata discrezione, in risalto i bei seni, a qualche gioiello scelto con cura, al trucco leggero ma ben fatto. Ai completini intimi sempre particolari. Alle calze autoreggenti, e ad un briciolo di malizia accuratamente dosata, che manteneva accesa l’attenzione maschile su di me.

Poi, negli anni tutto è cambiato: i bei vestiti aderenti hanno ceduto il passo ad abiti più comodi, i bei capelli sempre in ordine si sono trasformati in un taglio corto più pratico, niente più gioielli, poco trucco. Ma soprattutto sento che, a favore di un’immagine più materna, ho mutuato quel pizzico di malizia, che un tempo invece era miccia indiscussa del desiderio.

Il desiderio. Anche lì si è passati dal rubare attimi ad ogni occasione, dal bruciare la passione in ogni angolo in cui se ne presentasse l’opportunità, a incontri sempre più rari e fugaci, perché “ci sono i bambini”, “sono molto stanca”, “ho mal di testa”. Forse un percorso a tappe piuttosto comune, ma che inevitabilmente induce ad una sottile e pericolosa trasformazione di tutto ciò che ci lega all’altro.

E pensavo a tutte queste cose mentre continuavo a fissare quella donna in jeans e maglia blu, con i capelli arruffati, occhiaie profonde e scarpe da ginnastica. Avessi avuto tra le mani una foto di me di vent’anni prima, sentivo che l’avrei fatta a pezzi, e con un chiodo avrei tanto desiderato incidere e frantumare quello specchio così maledettamente schietto.

Ma poi, all’ennesima volta in cui mi sono chiesta come potessi io competere con una così giovane e bella, ho avvertito chiaramente una voce forte e determinata che partiva da dentro: con quella che sono.

Perché, cazzo!, tanti anni assieme sono stati un cammino, una crescita, una condivisione costante. Assieme abbiamo affrontato dolori immensi, perdite, malattie scampate. Assieme ci siamo confusi nelle gioie, abbiamo riso, siamo stati felici. E abbiamo anche pianto, respirato l’uno accanto all’altra fino a confondere respiri e pensieri. Assieme abbiamo sfidato la sorte, quando sembrava essere avversa alle nostre scelte, ma noi due uniti ci sentivamo invincibili; e lo siamo stati per davvero.

E da tutto questo, cazzo!, ne era venuta fuori una donna più matura, più saggia e più ponderata. Una madre amorevole, presente e gioiosa per i propri figli, a cui non aveva risparmiato nulla in dedizione e cura. Una moglie stabile, fedele, concreta.

E’ stato in quel momento che ho capito che era proprio da lì che dovevo ripartire: da tutta la maturità che io avevo potuto coltivare accanto a quel dannato e che, invece, a quella donna certamente mancava.

Allora mi sono spogliata, mi sono concessa tutto il tempo interminabile di un bagno caldo e profumato, poi, una volta in camera, sono tornata a guardare la mia immagine avvolta nell’accappatoio e riflessa nello specchio e ho deciso che da quel momento avrei ricominciato a prendermi cura di me. In ogni senso.

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Mercoledì 1 novembre 2017

Se ne sono accorti tutti del mio cambiamento. Tutti tranne Giorgio, che sembra sempre più con la testa persa tra le nuvole.

La prima a farmi un complimento del tutto inatteso era stata Dorotea qualche pomeriggio fa rientrando in casa dalla palestra. Addentando una mela e infilando la testa dentro il frigo con la speranza di trovare qualcosa che placasse la sua voracità, mi aveva lanciato un’occhiata fugace e «Mamma, oggi sei più bella del solito».

E così anche Amedeo, che mi era seduto accanto, in cucina, aveva sollevato lo sguardo dal cellulare e mi aveva guardata. Lì per lì ho creduto che stesse per dirmi qualcosa di bello anche lui, che invece è sempre così ermetico, per cui gli avevo quasi sorriso per incitarlo. Invece, non appena la sorella è scomparsa oltre la porta, mi ha pietrificata con ben altro argomento.

«Vado a Brighton, mamma. Avevo mandato un curriculum, ho fatto un video-colloquio e mi hanno preso».

Ho inghiottito come per non essere inghiottita dal vortice che ha preso rapidamente a girarmi attorno. Fino a quel momento aveva espresso mille idee diverse e strampalate: vado in Grecia, no anzi in Norvegia, no anzi in Slovenia, no anzi in Irlanda, no anzi forse l’Australia. Dimostrando più confusione che persuasione. E io mi ero cullata in quel mare di incertezza, credendo che in fondo non avrebbe mai preso seriamente l’idea di andarsene via.

Invece adesso scoprivo che addirittura aveva mandato un curriculum e tenuto un video-colloquio di cui non avevo saputo nulla. E se ne sarebbe andato a Brighton, a lavorare per una società di animazione, lui che con i disegni sa esprimersi da sempre meglio che con le parole.

Avrei voluto chiedergli se almeno con il padre ne avesse parlato e come mai non mi aveva detto nulla fino a quel momento, a me che avevo cercato da sempre di essere una madre attenta ad ogni loro necessità, presente in ogni loro percorso. Ma realizzando che così avrei corso il rischio di ricevere risposte poco gradevoli, finendo poi per rovinare tutto, ho preferito lasciar correre e mostrarmi – per quel che mi è riuscito – contenta per quella partenza.

«Bene, allora ti accompagno. Prenotiamo un aereo per la prossima settimana? Così verifichiamo qualche sistemazione, vediamo dove andrai a vivere», gli ho detto con un sorriso visibilmente teso. «Grazie mamma, ma parto tra tre giorni, ho già prenotato l’aereo e ho chiesto alla società stessa di orientarmi verso qualche sistemazione». Dopodiché si è alzato e, con la scusa di dover andare a sistemare le sue cose, mi ha lasciata lì, seduta accanto ad un’altra presa di coscienza che non mi aspettavo.

Mio figlio è pronto ad andarsene in giro per il mondo, e a farlo senza di me, senza nessuna forma di aiuto, senza alcun bisogno di sostegno. Il mio bambino si è fatto uomo sotto i miei occhi e neppure di quest’altra evidenza io mi sono mai accorta. E tutto questo sta accadendo, per giunta, in un momento così critico e complicato per me.

Ieri sera, dopo cena, io e Giorgio ci siamo ritrovati soli. I ragazzi erano usciti entrambi e io non aspettavo altro che il momento migliore per aggredirlo con un pretesto, lasciando deflagrare tutta la rabbia e il risentimento che mi si erano accatastati dentro. Ero certa che lui sapesse, anche perché uno come Amedeo, che fino a ieri a malapena si allacciava le scarpe da solo, non può essersi improvvisamente organizzato il futuro inventandosi di sana pianta tutta quella determinazione.

«Tu lo sapevi?» ho tuonato, pronta a scatenare il nubifragio. Invece no, non ne sapeva nulla, ed era evidentemente sincero, ma non del tutto stupito. Per lui, infatti, la scelta di nostro figlio di far tutto da solo è un messaggio preciso: la sua necessità di dimostrare innanzitutto a se stesso che ce la può fare; e a noi non resta da fare altro che metterci da parte e sostenerlo a distanza. Belle parole, ma io dentro iniziavo a sentirmi come se mi avessero tolto un altro pezzo, e mentre lavavo i piatti, l’acqua spumosa raccoglieva le lacrime silenziose che andavano a tuffarsi dentro.

All’improvviso ho sentito un abbraccio, il suo, che mi coglieva alle spalle del tutto impreparata. Mi ha voltata verso di lui con una forza virile che mai gli è mancata e ha scorto il dolore nei miei occhi. Mi ha sorriso. «Heiii.. – ha sussurrato piano – falla finita» e mi ha baciata, e poi mi ha presa lì, seduta sul lavello, e io non sono riuscita ad appigliarmi ad un solo motivo per farlo smettere. Ma ho sentito che quella rabbia che avevo covato si è trasformata inaspettatamente in un fiume di passione bruciante e pulsante, che mi ha trascinata in un amplesso dannatamente spregiudicato che, a memoria, credo essere stato assolutamente senza precedenti.

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