Incipit “LA MADONNA CHE PIANGE”

Palma Lavecchia 

La Madonna che piange

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1

Mi chiamo Brigida e sono quella che si può ormai definire “una donna matura”, non tanto per la saggezza acquisita, quanto piuttosto per gli anni accatastati l’uno sopra l’altro. Sì, accatastati è il termine giusto, perché dà il senso delle molte difficoltà affrontate, grazie al cielo sempre superate rimboccandomi le maniche e dandomi da fare, soprattutto dopo essere rimasta vedova con un figlio da mantenere all’Università.

A quel tempo già lavoravo part-time per una impresa di pulizie, ma ora che non potevamo più contare neppure sulla pensione di mio marito e io disponevo ormai di molto tempo libero che fino a quel momento avevo dedicato alla sua malattia, dovevo necessariamente cercare un nuovo impiego che mi consentisse di racimolare qualcosina in più.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Sono nata a metà anni Sessanta in un paese del profondo Sud, una frazione di un pugno di anime in cui si viveva di poco e si andava al mare da marzo fino a novembre. Finché conobbi Ulrico, un uomo bello e forte, originario della provincia di Bolzano; ci sposammo dopo appena un anno di fidanzamento e io lo seguii tra nuvole e montagne del suo piccolo paese, San Sebastiano. Difficile dimenticare il magone che mi colse quando realizzai che esistono luoghi in cui del mare non c’è traccia e che San Sebastiano era proprio uno di quelli. Per di più, come se non bastasse, la maggior parte delle persone aveva nomi impronunciabili e parlava tedesco, una lingua a quel tempo a me totalmente sconosciuta.

I primi anni tornavamo spesso al mio paese, e ogni volta era una sorta di boccata di ossigeno, un recupero delle mie radici; ma poi con l’arrivo di Filippo e la scomparsa dei miei genitori, i molti chilometri e la perdita dei riferimenti più forti, quei viaggi si erano praticamente azzerati.

Fortunatamente, della mia Terra ho conservato immutato il temperamento, il buon umore, quel sole che tante volte mi è mancato fuori e me lo sono trattenuto stretto dentro. Per cui, anche quando mi è capitato di incontrare persone più ermetiche, introverse, ho provato a conquistarle con un sorriso e un po’ di allegria e devo dire che mi è sempre andata bene.

Però, dopo la morte di Ulrico e con Filippo lontano all’Università, mi sono sentita improvvisamente sola, in una Terra a cui negli anni mi sono sì adeguata, ma che non mi è mai appartenuta veramente, seppure sia sempre stata circondata da gente buona e genuina. Mi ritrovavo spesso a fissare il tizzone di legna che ardeva nel camino e a piangere le mie silenziose lacrime sotto lo sguardo dispiaciuto di mio marito, che mi fissava da una foto senza che potesse più confortarmi neppure con una carezza. Quella solitudine era uno dei possibili spaccati di vita che più mi avevano terrorizzata in passato; eppure, ora ci ero scivolata dentro senza quasi accorgermene e mi sembrava non ci fossero più vie d’uscita.

Senza tirarla troppo per le lunghe, che di cose da raccontare ce ne sono e questa certamente non è la più interessante, ecco che dopo mesi di incessanti ricerche, fui assunta come cuoca in una ditta che preparava pasti da asporto per le scuole di tutta la Val Furderìa.

Di lì a poco, grazie a un inanellamento di situazioni fortuite, la mia sede di lavoro divenne la caserma dei carabinieri di San Sebastiano, che si trova giusto di difronte alla casa in cui abitavo e abito tuttora; praticamente, avrei svolto il doppio incarico di addetta alle pulizie e di cuoca. Già in passato mi era capitato qualche volta di sostituire la collega che lavorava in quello stabile, per cui l’ambiente lo conoscevo piuttosto bene. E adesso che i carabinieri, anziché cibo da asporto, avevano scelto di avere la mensa in loco, avrei assolto entrambi gli incarichi.

Dalla proposta al primo giorno di lavoro trascorsero alcuni mesi per via dell’approntamento del punto cottura che, abbandonato da anni, doveva essere rimesso in funzione. Con l’estate di mezzo, i tempi si dilatarono un pochino e dai vertici fu deciso che la mensa sarebbe stata inaugurata il primo giorno di quel settembre 2012.

Quella mattina – come tutte le altre che sarebbero seguite e che si susseguono ancora, ad esclusione delle domeniche e delle festività – alle 7.30 in punto uscii da casa, visibilmente emozionata, comperai tutto quel che mi sarebbe occorso e andai a preparare il mio primo pasto a una ventina di carabinieri. Quello fu il giorno in cui la mia vita subì una vera virata e il mio desiderio, ora, è di raccontarvene un pezzo.

***

2

Ho ringraziato infinite volte entrambi i titolari delle due ditte per cui lavoro per aver pensato a quella soluzione, che per me si è rivelata straordinaria: ogni mattina vado in caserma per preparare il pranzo che mi impegna fino al primo pomeriggio, e poi, per tre volte a settimana mi trattengo per altre due ore per effettuare le pulizie sui tre piani dello stabile. Terminato il mio lavoro in un clima di totale serenità, è sufficiente che attraversi la piccola piazza del paese per essere già a casa.

All’inizio, a dire il vero, mi occorse un po’ di tempo per superare l’imbarazzo di ritrovarmi circondata da una cinquantina di soli uomini. Certo, per molti di loro potrei essere quasi una madre, ma i più maturi sono miei coetanei. Fortunatamente, però, diciamo così, non sono quella che potrebbe dirsi una donna appetibile, di quelle che te le sogni la notte, che ti volti a guardare quando passano per strada, che commenti con gli amici davanti a una birra.

Quindi, pur essendo l’unica donna in un ambiente di lavoro di soli uomini, da un certo momento in poi non me ne sono più neppure resa conto. È facile, comunque, immaginare che quello della caserma sia un ambiente assolutamente variegato: alcuni sposati, certi separati, altri ancora celibi; moltissimi del nord, di origine tedesca e che ancora parla quella lingua, e pochi del sud, che però sanno farsi sentire più di tutti gli altri messi assieme; onnivori e vegetariani, e solo più recentemente anche un paio di vegani; bontemponi e introversi; juventini, milanisti, interisti, ma anche romanisti e laziali, che il lunedì mattina hai solo da tapparti le orecchie per non sentirli commentare quei benedetti novanta minuti!

Poi c’è il pignolo, che tiene la sua scrivania come un reliquiario e guai se per sbaglio gli sposti una penna, e c’è il disordinato cronico, che certe volte resta sepolto sotto le scartoffie che lui stesso ha ammucchiato. Ce ne sono alcuni per i quali l’igiene è, diciamo, non proprio tra le maggiori priorità e altri che, invece, sono talmente ossessivi da rischiare di tracimare nel maniacale.

Insomma, ne abbiamo di tutti i tipi. E io mi considero davvero fortunata per questa straordinaria convivenza, che va avanti già da qualche anno e in cui mi sento finalmente come dentro una grande e variegata famiglia.

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3

Il giorno in cui iniziai a lavorare presso la caserma di San Sebastiano a capo della Compagnia c’era temporaneamente il Maresciallo più anziano, Gerhard Oberhofer. Tipico nordico sia nei tratti somatici che nel temperamento, capace di non ridere mai, neanche per sbaglio, e formalmente stitico anche nel parlare, tant’è che spesso il saluto è sintetizzato in un fugace gesto della testa. Però è una persona estremamente affidabile, una di quelle che quando si assume un impegno lo porta a compimento ad ogni costo, e tanto basta a colmare quella, diciamo così, piccola carenza in fatto di espansività e brillantezza.

Gerhard comanda sia l’aliquota che svolge attività di indagine e sia il pronto intervento, e ha come suo vice Lorenzo Ruffini, soprannominato “il pittore”, un fiorentino che, evidentemente, ha ereditato nel patrimonio genetico un’apprezzabile predisposizione all’arte. E quando due personalità così diametralmente opposte come la sua e quella di Oberhofer si incontrano, i problemi che ne scaturiscono non sono pochi. Perché Lorenzo è così: ti recita i versi di Dante, mentre ti sagoma una gomma pane fino a crearne una scultura in miniatura; una volta ha addirittura affrescato le pareti della sala mensa, e di questo ne parlerò più avanti. Ma quando si tratta di lavorare, diciamo che la passione subisce una battuta d’arresto, ecco.

Secondo a Gerhard per anzianità di servizio è il comandante della Stazione, Armando Colacioppo, un omone imponente, di origine abruzzese, dotato di grande sagacia e brillante ironia. Se il mondo dovesse cadere, lui senza scomporsi farebbe un passo e, con noncuranza, si spazzolerebbe via la polvere di dosso. Estremamente sensibile al fascino femminile, finché era scapolo sul suo conto giravano tante leggende, secondo cui riusciva a mettere a punto sofisticati stratagemmi per monitorare diligentemente l’andamento di tutta la popolazione femminile del paese, conoscendone vizi, peccati e virtù. Purtroppo, però, pare che la stessa abilità non la riponesse anche verso i soggetti maschili, per cui diciamo che rimaneva piuttosto fine a se stessa. Ma tendenzialmente non dava fastidio a nessuno: lui catalogava e basta.

Tra i tanti aneddoti che girano sul suo conto, pare sia passato alla storia quello secondo cui, nel bel mezzo di un afoso pomeriggio estivo, Armando avrebbe scorto dalla finestra del primo piano una fluente chioma bionda entrare in caserma per recarsi nell’ufficio di Gerhard. La curiosità nel vedere una chioma a lui sconosciuta e non catalogata lo avrebbe indotto a precipitarsi giù per le scale verso quell’ufficio dove il collega, seduto alla scrivania, era rivolto verso la porta e la persona appena sedutasi ne mostrava le spalle. Ma Gerhard, conoscendo la notoria virtù di Armando, senza smettere di battere le dita sulla tastiera si sarebbe sporto di poco sul lato e, serafico come di consueto, lo avrebbe attinto con la sua secchiata d’acqua fresca: «È maschio, Armando. È maschio.»

Comunque, come spesso accade in questi casi, il tempo e l’incontro con una donna intelligente ridimensiona anche l’uomo più inquieto, e pare che stessa sorte sia toccata anche al buon Armando.

Quindi, ricapitolando, abbiamo accennato a Gerhard Oberhofer, Armando Colacioppo e Lorenzo Ruffini, una trilogia ben assortita a cui la sorte ha inteso aggiungere Gelso Visintainer, che è colui che sbriga la parte burocratica, un omino alto un po’ meno del giusto, scuro, con un paio di occhialini inchiodati sulla punta del naso e una dentatura importante e squadrata simile a quella di un asino, che ostenta tanti sorrisi che, però, raramente mi sembrano del tutto sinceri. Sempre impeccabile nella sua divisa perfetta, confesso che da quando mi è capitato di incontrarlo nel centro del paese con una ciabattina anni Settanta a fasce incrociate, un paio di bermuda tirate su fin quasi alle ascelle e una canotta di cotone bianco, mi si è stampato così nella mia testa e non c’è verso di riuscire a sostituirlo con l’immagine ben più dignitosa di lui in divisa.

In una delle nostre brevi conversazioni, osai chiedergli perché lo avessero chiamato Gelso; mi raccontò che la sua mamma, durante la gestazione, aveva sviluppato un’inconsueta passione per i gelsi, tanto da mangiarne a più riprese da colazione fino a cena e che, in ricordo di quei momenti di appagamento, aveva pensato che non ci fosse nome più azzeccato da dare al suo bambino.

Ma “Radio Scarpa”, una sorta di sistema in filodiffusione molto ben collaudato all’interno dei Reparti – credo non solo dell’Arma – capace di diramare in tempi sorprendentemente brevi notizie verificatesi ad enormi distanze spazio-temporali, con particolare vantaggio del pettegolezzo, racconta che Gelso sarebbe stato, in realtà, frutto di una relazione extraconiugale tra sua madre e un innominabile nobile del suo paese di origine, e che il concepimento sarebbe avvenuto, per l’appunto, sotto un albero di gelsi nella sua più piena fruttificazione e che solo a quello avrebbe fatto riferimento la gentil donna quando parlava di “appagamento”.

Al di là del nome, comunque, Gelso è un uomo estremamente preciso e zelante, puntuale e inappuntabile, con spiccato senso del dovere e del sacrificio, ma solo fino alle 13 in punto, orario in cui, a prescindere da quello che si sta verificando attorno, deve necessariamente interrompere per andare a casa sua a pranzare. Poi, alle 16 precise lo si rivede varcare la stessa porta nel verso contrario, risistemarsi, con i suoi occhialini incastrati sul naso importante, davanti al computer, riprendere il filo esattamente da dove lo aveva lasciato e dedicarsi senza risparmio a tutte le pratiche rimaste in sospeso.

Il Maresciallo Gerhard Oberhofer, ogni volta in cui gli toccava confrontarsi con Gelso, alzava gli occhi al cielo e invocava pazienza, sperando che arrivasse presto il nuovo comandante, così da non doversi più curare né di lui, né dell’Appuntato Rosario Messner, solitamente in servizio di piantone, soprattutto da quando si era verificato un certo episodio e il suo comandante diretto, il Maresciallo Armando Colacioppo, lo aveva confinato tra quelle quattro mura del corpo di guardia dove, a parer suo, non avrebbe potuto più fare danni. Ma solo a parere suo.

In realtà, l’evento scatenante non mi è sembrato quello peggiore di cui l’Appuntato Messner si fosse reso protagonista, ma deve avere avuto lo stesso peso finale della goccia che, daje e daje, alla fine fa traboccare il vaso. Si narra, infatti, che qualche tempo prima del mio arrivo, all’interno di un frantoio un povero operaio, durante le operazioni di molitura delle olive, era scivolato nella molazza che lo aveva chiaramente e inesorabilmente triturato. Quando il Maresciallo Colacioppo e l’Appuntato Messner erano giunti sul posto, i curiosi che si erano radunati all’esterno si erano fatti da parte per lasciarli passare e accedere al frantoio, all’interno del quale, però, non era rimasto nessuno.

Non appena gli occhi si furono abituati alla poca luce che rischiarava quell’ambiente, ebbero modo di notare che a pochi passi dall’ingresso vi era una grande macina da cui fuoriuscivano le gambe con tutte le scarpe del malcapitato. Mi viene da pensare che, per quanti cadaveri depezzati si possa aver visto durante la propria vita lavorativa, a certe scene difficilmente ci si abitua, per cui entrambi i militari procedevano con una certa circospezione, più che altro per concedersi il tempo di prepararsi alla macabra scena, mentre l’odore ferroso del sangue rappreso già aveva invaso l’aria e li aveva aggrediti entrambi.

Il Maresciallo Colacioppo, come ho già avuto modo di dire, è un omone di considerevole stazza ma anche, diciamo così, un tantino emotivo; Messner, invece, di struttura decisamente più esile, è ancor più facilmente suggestionabile del suo comandante, anche perché, a dire il vero, di occasioni in cui si sia trovato faccia a faccia con un cadavere ne ha avute molte meno. Insomma, in quel frantoio deserto e leggermente in penombra, i due colleghi avanzavano verso la grande macina da cui si intravedevano chiaramente le gambe e i piedi del malcapitato, con un passo lento e un po’ incerto. Talmente incerto che Messner, che procedeva di appena qualche centimetro più indietro mantenendosi alla destra di Colacioppo, nello sporgersi in avanti perse di poco l’equilibrio andando a toccare appena con la sua mano sinistra la spalla sinistra del Maresciallo che, sapendo di essere solo con il suo collega, che però era alla sua destra, nel sentirsi tuzzuliare sulla spalla sinistra in quel momento di grande tensione, non riuscì a far nulla di meglio che lanciare un urlo e prendere a correre verso l’uscita.

L’Appuntato, che chiaramente non si era reso conto di nulla, terrorizzato di riflesso dalla reazione del suo comandante, varcò anche lui l’uscio a gambe levate e strillando come se avesse il demonio in corpo. Inutile dire che la piccola folla di curiosi radunatasi lì fuori, rimase del tutto basita, ma il Maresciallo, forte del fatto che intanto erano arrivati i colleghi per i rilievi, senza aggiungere neppure una parola, montò in macchina con il suo collaboratore e si allontanò in tutta fretta.

Ovviamente, non appena furono lontani da sguardi indiscreti, gliene disse di tutti i colori, concludendo che da quel momento in poi non avrebbe più, e per nessun motivo, varcato il perimetro della caserma.

Messner, a dire il vero, un pochino ci rimase male, ma non trascorse molto tempo prima che potesse avere il suo riscatto, seppure l’opportunità fu assolutamente del tutto casuale. Succedeva, infatti, che se non c’erano cittadini da intrattenere in sala d’aspetto, lui un pochino si annoiava; allora, ammazzava il tempo giocando a dare l’attenti a tutti i colleghi che entravano e uscivano. Quella mattina, mentre il maresciallo Colacioppo era nel suo ufficio, concentrato nella stesura di un’informativa particolarmente rognosa, ogni tanto si sentiva urlare dal corpo di guardia «Compagnia attentiii!» e i colleghi, di volta in volta, rispondevano scherzosi «Tu non stai bene con la testa», «Vorrei sapere chi t’ha arruolato!» e cose del genere. Alla …che so… quindicesima volta che quel giocherellone di Messner andava avanti così, pronunciò un «Compagnia aaaattentiii!» ancora più forte. Il maresciallo, a quel punto esasperato, urlò più forte di lui: «Ohh.. hai rotto i coglioni con questo attenti!» Proprio così, né parola in più, ne parola in meno. E, finalmente, calò il silenzio: il suo rimprovero era stato efficace, per cui tornò a concentrarsi totalmente sull’atto che stava scrivendo.

Finché si accorse di una strana figura che faceva ombra sulla sua scrivania; levò lo sguardo e si ritrovò faccia a faccia con un Ufficiale che, più che in carne ed ossa, gli parve un ritratto, uno di quegli “olio su tela” di epoca tardo rinascimentale o barocca che normalmente si trovano appesi in certi antichi castelli.

Di statura tutt’altro che slanciata ma larga, con un capello impomatato che incorniciava due occhietti scuri e un paio di baffi curiosi che andavano ad arrotolarsi verso l’alto e il petto decorato su cui spiccava l’effige del Reggimento a Cavallo. Il maresciallo Colacioppo rimase a lungo a fissarlo senza neppure avere la prontezza di scattare sugli attenti: sembrava proprio di avere davanti un cavaliere d’altri tempi.

«Vuoi che ti tiri su io?» furono le prime parole che l’Ufficiale gli rivolse. A quel punto, il graduato schizzò dalla sua poltrona, srotolandosi in tutto il turgore della sua massa e finalmente si presentò: «Maresciallo Aiutante Armando Colacioppo, comandante della Stazione di San Sebastiano. Agli ordini!»

«Bene. Io, invece, sono il tuo nuovo comandante, Capitano Gino Laudadio. Stai pure sul riposo». Era la mattina del 17 settembre del 2012.

Di origini per metà lucane e per metà irpine, aveva combattuto per anni la Sacra Corona Unita in un paesino di un non meglio precisato punto del tacco, finché un giorno, nel pieno di un’attività investigativa, mentre ascoltava delle registrazioni ambientali, ebbe modo di cogliere minacce chiaramente rivolte a lui che lo avevano letteralmente paralizzato. Quella notte era rimasto sveglio a fissare il soffitto, madido di sudore; a dire il vero, non lo spaventava tanto l’intenzione di quei bastardi di colpirlo con un colpo in fronte e di gettarlo dentro un pozzo, quanto piuttosto il pensiero che avevano in animo di farlo mentre era in sella alla sua bella puledra, da cui poi avrebbero ricavato bistecche e salsicce, il cui consumo in Puglia era ed è particolarmente significativo. Proprio così avevano detto: «Già sento l’odore della brace!» e avevano riso, quegli stramaledetti porci.

La mattina seguente, non appena aveva iniziato ad albeggiare, era andato in tutta fretta al maneggio e portato via la sua bella cavallina in un posto sicuro, dove quei malvagi non avrebbero mai potuto raggiungerla. Allora, certo di aver risolto il problema nel modo migliore, si stupì non poco quando, non più di due giorni dopo, gli trillò il telefono e dall’altra parte aveva tuonato la voce del Colonnello Leonardo Giusti dell’ufficio del Comando Generale che si occupa dei trasferimenti. Confuso dall’arrivo di quella inaspettata chiamata, il Capitano si era posizionato istintivamente sugli attenti e intonato un «Comandi Signor Colonnello!» che a quello, dall’altra parte, a momenti gli si lesionava un timpano.

«Capitano Laudadio, la chiamo per le minacce che ha subìto nell’ambito dell’attività che sta conducendo.» Ossignore, vuoi vedere che avevano trovato la sua cavallina ridotta a spezzatino? Il cuore, neanche a dirlo, gli prese a galoppare dentro il petto.

Ma il Colonnello del Comando Generale che ne poteva sapere del suo cavallo? Era evidente che qualche suo collaboratore non troppo fidato doveva aver ascoltato quella conversazione. Personalmente, non conosco certe dinamiche, né quale possa essere la procedura che da quel momento si sarebbe attivata, ma sta di fatto che l’incompatibilità ambientale del povero Laudadio con quella sede fu immediatamente valutata superiormente.

Infatti, il Colonnello Giusti subito riprese. «Come ben può immaginare, sono venute meno le condizioni per la sua permanenza in Puglia. È nostra premura garantire la più totale incolumità alla sua persona, a chi, come lei, ha dato tutto se stesso per contrastare il crimine organizzato.» Quelle parole lo riempivano di orgoglio e commozione: lui, che aveva sempre lavorato con umiltà e grande spirito di sacrificio, finalmente sentiva che qualcuno gli mostrava riconoscenza e apprezzamento.

«Perciò, abbiamo pensato per lei alla miglior soluzione, che le garantisca la dovuta lontananza dal pericolo e le più favorevoli condizioni per un po’ di meritato riposo, nel totale rispetto del qualificato profilo professionale che ha saputo maturare.» Qui, però, per quelle poche briciole di esperienza acquisita sul campo, la musica iniziò a non sembrargli più del tutto convincente, ma non ebbe neppure il tempo di realizzarlo pienamente che già arrivò, spiazzante, la mazzata.

«Da lunedì prossimo assumerà il comando della Compagnia di San Sebastiano. E siamo certi di farle cosa gradita!» Finalmente, il Capitano Laudadio recuperò l’uso della parola, giusto di quelle quattro che gli occorsero per chiedere in un bisbiglio: «E dove si trova?»

«Capitano, ma come “dove si trova”! Provinciale di Bolzano. Riceverà il preavviso entro meno di un’ora. La saluto.»

“Provinciale di Bolzano”, ripeté in un soffio tra sé e sé, mentre in quel momento di piena confusione cercava di collocarlo da qualche parte, non sapeva neppure bene se a est o a ovest di quei rilievi montuosi che ricordava spiccare dalla mappa tridimensionale che alle scuole avevano appesa in classe, ma a cui non aveva mai prestato troppa attenzione. Poi si era fatto coraggio e aveva osato, supplichevole, «Aspetti, Signor Colonnello, apprezzo moltissimo questo suo interessamento, ma…», ma le sue parole erano morte schiacciate dal silenzio di una conversazione ormai terminata da un pezzo.

***

4

Tra le tante persone che di lì a breve il Capitano Laudadio avrebbe conosciuto, c’è Don Vincenzo Santamaria, parroco di San Sebastiano da circa un trentennio. Nato tra queste montagne, poi partito per il seminario, era riuscito a tornarci dopo pochi anni per una fortunata congiunzione astrale, per cui di molti di noi conosce nascita, vita, morte, miracoli, ma anche peccati e desideri, confessati e inconfessabili, di ogni possibile genere. Don Vincenzo è un uomo di grande umanità e spiccato altruismo, dotato di una cultura vasta e profonda, anche se ciò che più di tutto lo contraddistingue è una non comune capacità di ascolto che lo ha reso il punto di riferimento di molti, giovani e maturi, della comunità tutta.

Chiaramente, anche il legame che si è instaurato con l’Arma locale è molto solido e sentito: lui non si limita a celebrare messa in occasione delle maggiori ricorrenze che riguardino i carabinieri o che li vedano personalmente coinvolti, ma in più di un’occasione ha addirittura affiancato i comandanti che si sono avvicendati per sostenerli in momenti delicati che avessero come protagonisti i militari e loro prossimi congiunti. Tranne in una circostanza in cui, invece, gli stessi carabinieri hanno rischiato di patire conseguenze rilevanti grazie ad un suo poco provvidenziale intervento, diciamo. Il fattaccio era accaduto in una tiepida mattina di autunno in cui le strade dell’agro, cessate le vacanze estive, erano ormai particolarmente svuotate. Il Brigadiere Ivan Perger, un ampezzano dal palato fino, e il suo collega l’Appuntato Enrico Linossi avevano quasi completato il loro turno di pattuglia e stavano riprendendo la strada che portava verso la caserma quando, nel bel mezzo della carreggiata, videro un qualcosa di voluminoso e immobile.

“Che cazz’è?!” si era subito chiesto l’Appuntato, arrestando la marcia del mezzo; entrambi si erano precipitati fuori e avevano potuto riconoscere le fattezze di un grosso animale che il Brigadiere, sufficientemente esperto, aveva identificato in un capriolo esanime. Pertanto, non avevano potuto far altro che avvicinarsi alla radio e inoltrare la chiamata alla centrale, chiedendo l’intervento sul posto di personale qualificato.

Dopo neppure un minuto, avevano visto sopraggiungere un mezzo furgonato con a bordo un uomo dai grandi occhiali scuri e, solo quando si era affacciato al finestrino, avevano potuto riconoscere Don Vincenzo, che aveva rivolto loro un breve cenno di saluto, superando l’animale e andando a parcheggiarsi di poco più avanti.

«Figlioli cari, sia lodato Gesù Cristo!»

«Sempre sia lodato,» avevano risposto all’unisono i due carabinieri.

«Che succede?»

«Padre, che dire? Questo povero capriolo lo abbiamo trovato qui per terra, chiaramente morto. Comunque, abbiamo già provveduto a chiamare il veterinario per le incombenze del caso…»

Ma Don Vincenzo lo aveva guardato con una strana luce negli occhi, e con quella stessa luce aveva guardato anche l’Appuntato Linossi, poi si era sporto di poco in avanti, come chi sta per rivelarti un segreto, e aveva azzardato, in dialetto locale: «Brigadiere, ma avete idea di quanto sia buono il capriolo alla brace?»

I due carabinieri si erano scambiati una rapida occhiata e il Brigadiere, che lì per lì pareva quasi non avesse neppure colto la battuta, voltandosi aveva raggiunto l’auto e, afferrata la cornetta, aveva inviato una chiamata alla centrale operativa, riferendo testualmente: «Ascolta… annulla tutto. Il capriolo sembrava morto, ma è risuscitato!»

Poi, rimboccate le maniche, lui e Linossi avevano aiutato il buon Don Vincenzo a caricarselo sul mezzo e a portarselo via, per rincontrarlo giustappunto qualche giorno dopo nell’oratorio, dove il povero animale era ridotto a pezzetti e pare ci sia stata in suo onore una ricca cena a base di carne arrosto e tanto buon vino.

Ora, tutta questa bella storiella e le conseguenze che ne scaturiranno ho voluto anticiparle solo per meglio inquadrare il buon Don Vincenzo e il legame di stima e di affetto che lo vedono da sempre particolarmente vicino ai carabinieri, ma sullo specifico episodio torneremo più tardi.

Un secondo personaggio di cui ho molto sentito parlare e in una circostanza mi è anche capitato di incontrare, è il Pubblico Ministero, la Dottoressa Helga Ziegler. Donna piuttosto matura, diciamo alle soglia della sessantina, elegante nei modi, raffinata nel vestire, si è recata un’unica volta presso la Compagnia, perché fortunatamente nel nostro paesino non succede quasi mai nulla di eclatante e, quindi, è difficile che un Giudice esca dalle sue stanze del palazzo della Procura di Bolzano per raggiungerci. Ma in quell’unica occasione, ho avuto modo di apprezzare la pacatezza ma anche la grande umanità di cui la Ziegler è dotata e di cui molti parlano, e che l’ha resa una sorta di personaggio leggendario e molto molto stimato in quagli ambienti.

***

5

Con l’arrivo del Capitano Laudadio, il clima all’interno della caserma era un pochino cambiato, chiaramente. Nel senso che sarebbe cambiato con chiunque, ma lui, devo ammetterlo, incuteva una particolare soggezione. Molte volte se ne rimaneva in silenzio, aspirando ampie boccate del suo inseparabile sigaro, una sorta di propaggine della mano che ritmicamente portava alle labbra, fissando silenzioso chiunque avesse a tiro in quel momento.

In quella che, fino ad allora, era stata una caserma in cui era sempre vivo un certo fermento, espressioni di allegria quando ci si incrociava sui corridoi, continui scambi di battute, adesso serpeggiava tra di noi una certa circospezione e nessuno osava aggiungere una sola parola a quelle strettamente necessarie. E confesso che anche su di me questo cambiamento ebbe dei riverberi, nel senso che adesso arrivavo con le buste della spesa e mi chiudevo in cucina senza che attorno a me ci fosse più quel viavai di militari che passavano, di tanto in tanto, per un fugace saluto. Per giunta, in silenzio, senza più riuscire a canticchiare le canzoni che tanto mi tenevano compagnia dalla radio.

Un paio di volte era successo che lui, il Capitano, avesse raggiunto la porta della cucina nel più totale silenzio e fosse rimasto a guardarmi mentre ero affaccendata tra soffritti e uova battute, arrosti da preparare e montagne di patate da pelare. Scorgendone la sua ombra, avevo emesso un gridolino per lo spavento, e lui, con ironia: «Niente di meno! Così brutto sono?» con una mano in tasca e l’altra che teneva il sigaro.

«No Capitano, ma che dice? È solo che mi ha colta sopra pensiero…»

Finché una mattina, decisi di farmi coraggio. Abbassai il volume del gas sotto il trito di verdurine, mi asciugai per benino le mani e raggiunsi la porta del suo ufficio. Bussai.

«Avanti!» urlò lui dall’interno.

«Capitano, sono io» dissi cercando di affettare con le unghie la fitta cortina fumosa e puzzolente, perché davvero non avrei saputo dire neppure in quale angolo della stanza si trovasse.

«Brigida, mi dispiace. Mi ero acceso un sigaro ora ora, ma apro subito la finestra. Si accomodi!»

Timidamente, mi feci avanti. «Ecco, vede Capitano… prima del suo arrivo, a metà mattina mi piaceva preparare ai ragazzi un buon caffè con la grande moka, che rispetto a quello delle macchinette erogatrici è tutta un’altra cosa.» Feci una piccola pausa, e lui, con la sua bella testa tonda e il baffo ritorto verso l’alto, annuì, invitandomi ad andare avanti.

«Beh… pensavo che sarebbe bello se acconsentisse a riprendere questo piccolo momento conviviale.»

Per la prima volta, sorrise. Gli occhietti scuri da cerbiatto gli brillarono e perse, per un attimo, quell’espressione da duro. Mi rispose che, in fondo, una pausa non si nega a nessuno; allora lo ringraziai e gli dissi che non appena il caffè fosse stato pronto, li avrei chiamati io uno per uno. Andai di corsa a preparare la grande moka e sistemai su un piatto dei piccoli biscotti al cacao, recuperati dalla dispensa, e quando il buon liquido scuro uscì borbottando, avvertii tutti quanti che potevano raggiungerci presso i locali della mensa.

Da quella mattina, il nostro quotidiano rituale fu ripristinato, con l’effetto benefico di riuscire a scambiare con l’Ufficiale appena giunto qualche parola in più e che non fosse strettamente di servizio. Infatti, si parlava di cavalli. E quelli che avevano avuto la fortuna di cavalcarne uno, conquistavano automaticamente la sua simpatia. Il ricordo che ho è che tutti, chi più e chi meno, in quel momento diventarono esperti cavalieri, anche se nutrivo il vivo sospetto che qualcuno di loro non avrebbe saputo distinguere un cavallo da un asino.

Dopo il caffè, mentre ognuno se ne tornava alle proprie incombenze, il Capitano Laudadio rimaneva a chiacchierare un po’ in cucina, abitudine che in questi anni non ha perso. Fortunatamente, con me non parla di cavalli, ma di tutto il resto: da come si cucinano certi piatti a qualche consiglio su come trattare alcune macchie dai suoi indumenti, passando per rudimenti di botanica, che poi è la mia passione. A dire il vero, anche piccoli sfoghi su argomenti più riservati, compreso il rapporto con i suoi collaboratori e superiori, oppure i suoi trascorsi pugliesi, e quelle sono le chiacchierate che in assoluto preferisco, perché mi fanno tornare indietro con la memoria alle mie radici.

Qualche volta, ho insistito sul fatto che dovrebbe cercare una bella donna con cui sposarsi e mettere su famiglia, che gli anni passano e lui ne ha 44, ma a questi argomenti ci siamo arrivati dopo qualche tempo, non subito. Solo che la risposta è sempre la stessa, e cioè che lui di donne non ne vuole più sapere, che un matrimonio gli è bastato e pure avanzato e che dopo un’altra storia d’amore ha avuto il suo definitivo colpo di “grazia”.

Si chiamava proprio Grazia, di fatti, la ragazza che gli aveva squassato l’esistenza, fino a quel momento comunque tutt’altro che serena. L’aveva conosciuta quando già era sposato, seppure il suo fosse ormai un matrimonio finito. E non “finito” come normalmente vogliono far credere certi uomini quando desiderano conquistare un’altra donna senza interrompere il legame con la prima, ma proprio finito finito. Infatti, da sempre lui e sua moglie Ludovica avevano vissuto due vite separate: lui nell’alloggio di servizio del posto in cui combatteva il crimine pugliese e lei, rappresentante di orologi per un brand extralusso, in un attico in via Sparano a Bari. All’inizio, si vedevano quando potevano e riconoscevano entrambi che quella lontananza fosse pure una mano santa per il loro rapporto, da cui non nacquero mai figli un po’ perché mai cercati, un po’ perché, alla fine della fiera, su un’economia di circa 720 ore da cui è composto un mese, quelle di fertilità saranno non più di 48, a voler essere di manica larga, e solitamente non coincidevano con i loro incontri.

A dire il vero, da un certo momento in poi aveva anche avuto il sospetto che la moglie si curasse tranquillamente i suoi affari e i suoi affetti, ma non ci aveva dato peso e aveva accolto a cuor leggero la proposta da lei avanzatagli di allontanarsi perché, doveva ammetterlo, il loro ormai era un affetto più simile a quello di due fratelli che di marito e moglie, e così avrebbero continuato a volersi bene, senza rancori. Lui, che come un po’ tutti gli uomini, per natura non aveva l’attitudine a operare delle scelte sentimentali, aveva accolto positivamente quell’iniziativa di sua moglie, apprezzandone una volta di più il suo pragmatismo e la sua innata seraficità.

Non era trascorso molto tempo da quella decisione, che durante le giornate della Fiera di Bari aveva conosciuto Grazia, una femmina statuaria, apparentemente introversa, con dei lineamenti tali da far ritenere che quel nome le calzasse davvero a pennello.

Lei, di origini liguri, lavorava come promoter per una nota ditta di cucine, di cui lui conserva ancora tutta la serie interminabile di preventivi che si era fatto approntare quel pomeriggio.

Fatto sta che, preventivo dopo preventivo, tra i due era nata una bella relazione: il Capitano Laudadio si sentiva finalmente felice ed appagato da una donna dotata di tanta classe e femminilità, dolcezza ed empatia. Almeno fino al giorno in cui non ricevette dal legale di sua moglie gli scatti fotografici, frutto del lavoro di un qualificato investigatore privato, con cui gli chiedeva un sonoro risarcimento e la separazione per infedeltà. Lì per lì pensò a uno scherzo, non poteva esserci altra spiegazione: era stata lei a proporre un definitivo allontanamento; fosse stato per lui, neppure ci avrebbe mai pensato! Allora, le chiese di incontrarla subito, ma lei accettò di farlo solo in presenza del suo avvocato e, chiaramente, nonostante le insistenze di lui, negò categoricamente che tra loro fosse sussistita una qualunque forma di accordo.

Per farla breve, in sede giudiziale lei aveva potuto dimostrare il contrario dell’evidenza, producendo come prove del loro immenso e impareggiabile amore tutti i messaggi che lui le inviava ogni sera, stando bene attenta a selezionare solo quelli che facevano chiaro riferimento al grande sentimento che li univa e al rammarico nutrito da entrambi per il fatto che fossero costretti a vivere separatamente, nonché i bigliettini dei regali che le aveva fatto, anche dopo quello che lui voleva far passare come allontanamento.

Allontanamento di cui lui, allocco, non aveva ancora mai avuto modo di parlare con nessuno che invece avrebbe potuto testimoniare in suo favore: di amici cari lì non ne aveva e per telefono non gli era sembrato il caso di farne cenno a quelli che considerava come fratelli ma vivevano a centinaia di chilometri da lui. A differenza di lei, invece, che di testimoni ne aveva citati diversi ed erano tutti pronti a giurare sul loro solido legame coniugale.

Lui, allocco, non aveva mai pensato ad alcuna forma di tutela nei confronti di quella donna che per anni aveva considerato parte di sé; mai gli sarebbe venuto in mente – come invece era evidente che avrebbe dovuto fare – di registrarla quella sera in cui, davanti a una terrina di riso patate e cozze, consumata in un delizioso ristorantino sul lungomare barese, gli aveva parlato di quel sentimento fraterno e avanzato la proposta di prendere ognuno la propria strada.

Avrebbe dovuto farle firmare qualcosa, della serie “sì, ti voglio bene come una sorella, e concordo con l’idea di separarci bonariamente, però intanto metti una firmetta qui per attestare, il giorno in cui ti partirà l’embolo, che la proposta è stata tua”. Ma no, non ci aveva pensato, per cui adesso aveva una bella gatta da pelare: un giudice donna, che negli ambienti si sapeva fosse stata lasciata da suo marito per una più giovane e che avrebbe dovuto esprimersi sulla loro situazione.

Risultato: condannato a farsi carico dei costi giudiziali, in quanto ampiamente dimostrato che lui fosse l’adultero. In più, scoprì in quella sede quanto quella disonesta della ex-moglie dichiarasse da sempre di guadagnare, e con quello stipendio da fame, il giudice accordò anche un mantenimento di tutto rispetto che lui, mensilmente, avrebbe dovuto sganciarle. Senza, ovviamente, privarla della gioia di un risarcimento per danni morali, molto lontano, in realtà, da quello che le sarebbe occorso per riparare i danni fisici che lui avrebbe tanto voluto cagionarle, se solo avesse potuto averla tra le sue mani. E in tutto questo, lei sarebbe rimasta a vivere nel favoloso attico di famiglia nella centralissima via Sparano, e che il padre le aveva ceduto amorevolmente in comodato d’uso.

Insomma, al di là delle battaglie legali che aveva dovuto intraprendere per dimostrare che quella buona femmina di Ludovica era stata partorita dal diavolo in persona, quel giorno aveva maturato una convinzione che andava oltre ogni irragionevole dubbio: mai più donne nella sua vita. E aveva liquidato anche la povera Grazia, che aveva avuto solo il merito di portare un raggio di sole in quell’esistenza fatta unicamente di tanto lavoro e incommensurabili sacrifici.

«Brigida, nessuna cavalla potrebbe farmi il male che ho patito per colpa delle donne,» è la frase netta, precisa e puntuale con cui tronca di netto ogni mia materna esortazione a rifarsi una famiglia.

***

6

L’invernata era stata pesante: aveva nevicato a lungo, raramente avevamo scorto il sole attraverso quel materasso fitto di nuvole bianche sempre sopra le nostre teste. Ma finalmente era arrivato maggio, le temperature si erano fatte più accettabili, seppure l’agguato di una nuova nevicata restava pur sempre un pericolo incombente.

Il Capitano aveva iniziato a familiarizzare con l’ambiente, a conoscere uno per uno tutti i suoi collaboratori e a mostrarsi anche un tantino più cordiale. Conduceva quella sua esistenza di irriducibile scapolone tra le quattro mura della Compagnia, devo dire dimostrando anche la massima dedizione al lavoro, ma con un unico, grande chiodo fisso: ogni due venerdì, nel primo pomeriggio partiva alla volta della destinazione segreta in cui soggiornava la sua cavallina, manco fosse una fuga d’amore, per poi rientrare in servizio e non allontanarsi più fino alla successiva partenza.

Tra i collaboratori di cui, intanto, aveva potuto approfondire la conoscenza c’era il Maresciallo Lorenzo Ruffini, “il pittore” che, come ho già spiegato, comanda i carabinieri del pronto intervento e, a sua volta, è alle dipendenze dal Maresciallo Gerhard Oberhofer.

Perché si comprenda la spigolatura di questo tassello gerarchico, preme ricordare che mentre Gerhard è il più tipico esemplare di uomo del Nord, preciso fino all’ossessione e serio al punto di non essersi mai spinto fino alla soglia di un sorriso, Lorenzo è un artista per definizione, uno di quelli che vive a mezz’aria tra la terra e le nuvole.

A lavoro – forse l’ho già detto – Ruffini non è un fulmine di guerra e fa giusto quel che deve, senza mai scomporsi più di tanto, suscitando spessissimo le ire del suo comandante; e neppure in quel caso, a dire il vero, si scompone. Epici sono certi aneddoti che aleggiano sul suo personaggio, che talvolta vengono ricordati durante il caffè del mattino, suscitando il buon umore in tutti i presenti.

L’episodio che, in assoluto, mi ha più divertita e ricordando il quale ancora certe volte mi scopro a ridere da sola, è questo: serata estiva, lite in famiglia in una casa appena fuori dal paese. Un collaboratore di Ruffini aveva accusato un malore e lui lo stava sostituendo. Arriva alla radio la richiesta della Centrale Operativa di raggiungere una certa via, dove i vicini hanno avvertito urla e minacce provenire da un’abitazione vicina.

Lui e l’Appuntato Francesco Palmisano, lanciato alla guida dell’autovettura, partono a tutta velocità, raggiungendo il luogo indicato dalla centrale. La strada è un rettilineo immerso nel buio pesto, ma in fondo si vede la flebile luce esterna di una casa dove in effetti si scorgono due figure che discutono con una certa animosità. Giunti in prossimità dei due litiganti, che nello specifico erano marito e moglie, l’Appuntato si accosta al ciglio della strada e scende, raggiungendo rapidamente i due coniugi.

Ma gli occorre qualche minuto per realizzare di essere solo; e forse lo realizzano anche i due litiganti che qualcosa non va: infatti, improvvisamente smettono di litigare e si scambiano sguardi interrogativi. L’Appuntato ripercorre a grandi falcate il tratto di strada fino alla macchina e chiama più volte: «Maresciallo… Maresciallo!!!»

Ad un certo punto, si avverte un lamento. Lui afferra dall’interno della macchina la torcia elettrica e solo a quel punto si accorge che dalla parte del lato guida c’è un fossato e che il Maresciallo Ruffini ci è caduto dentro. La coppia si precipita ad aiutare il povero malcapitato, che viene portato subito al pronto soccorso, dove gli vengono trattate numerose escoriazioni e la slogatura di un piede.

Credo che quella in cui si era raccontato questo episodio sia stata l’unica volta, o comunque una delle poche, in cui io abbia visto anche il Maresciallo Oberhofer ridere. In realtà, aveva tentato in ogni modo di trattenersi, ma poi era letteralmente esploso, forse anche a causa dell’isteria che scaturiva dal chiedersi il perché uno così fosse toccato proprio a lui.

E continuava a chiederselo ogni volta in cui il suo collaboratore decideva di organizzare una mostra. Infatti, il solo pensiero che un carabiniere, uno qualunque, potesse dedicarsi a qualcosa che non fosse esclusivamente il lavoro, lo irritava nel profondo. L’idea che quel carabiniere fosse un suo collaboratore, lo destabilizzava nettamente. Immaginare, poi, che si fosse distratto per un tempo sufficientemente lungo da preparare un numero di quadri bastevole per una mostra, gli faceva perdere le staffe. Era intollerabile, inaccettabile!

Allora, lo si sentiva parlare con tono esagitato nell’ufficio del Capitano che, non potevo vederlo ma lo immagino, sicuramente restava a guardarlo nel silenzio mentre tirava grandi boccate al suo sigaro puzzolente. Finché Oberhofer non tornava in sé e lui poteva tornare ad occuparsi delle sue numerose attività.

Certo, questa tensione tra Ruffini e il suo comandante tutti quanti la conoscevano bene. Senza contare che Gelso Visintainer, comandante dell’ufficio che si occupa di smistare tutta la posta, tra cui anche le comunicazioni riguardo le attività extraprofessionali, ci inzuppava alla grande il biscotto, il ché era anche uno dei suoi sport preferiti, se non proprio l’unico. Infatti, se con Ruffini appariva cordiale e ben disposto a suggerirgli come impostare le domande, che documentazione eventualmente integrare, quando inoltrarle al superiore, non appena invece gli capitava a tiro Oberhofer ecco che trovava un modo sottile per punzecchiarlo su questa nuova rappresentazione creativa del suo collaboratore.

Gelso soffiava sulla cenere, il fuoco si riaccendeva, Gerhard si andava a chiudere per due ore nell’ufficio del Capitano e al povero Lorenzo non rimaneva altro che un profondo senso di frustrazione.

Finché un giorno eravamo a mensa per il quotidiano caffè, quando il Capitano, alla presenza di quasi tutti, improvvisamente ebbe come un’intuizione. Guardò Ruffini e, in rapida successione, le pareti della stanza.

«Ruffini!»

«Comandi!» si piantò quello sull’attenti, che tutto gli si poteva dire tranne che non fosse educato, sia da un punto di vista umano che formale.

«Ruffini…» riprese il Capitano andandogli incontro e posandogli benevolmente una mano sulla spalla, «Pensavo… guardando questi locali così impersonali, spogli, insignificanti… mica sapresti conferirgli un tocco di vita e di colore? Almeno a una delle quattro pareti. Chiaramente, con un qualcosa che ci rappresenti, perché, a scanso di equivoci, non vorrei ritrovarmi con qualche tuo solito nudo di donna a mensa… Sarebbe inconveniente, oltre che inopportuno.»

Tutti risero, meno che Oberhofer, che aveva assunto un colorito violaceo, e Ruffini, che già si stava guardando attorno per misurare con gli occhi le dimensioni di quella parete. Poi pronunciò poche parole, ma precise: «Sabato pomeriggio mi metto a lavoro!»

La pausa caffè terminò e ognuno se ne tornò alle proprie mansioni, al punto, quasi, da dimenticare questo simpatico scambio di battute. Tutti, compresi me e il Capitano. Finché il lunedì mattina, con le buste cariche di spesa, non riaprii la porta della mensa. Quello che vidi mi lasciò talmente di stucco che il Capitano Laudadio, temendo fossi stata colta da un malore, percorse rapidamente il corridoio fino a raggiungermi.

Dentro la sala mensa, forse fin dal sabato pomeriggio, c’era rimasto il Maresciallo Lorenzo Ruffini, con indosso una tuta che in origine doveva essere stata bianca e ora, invece, era di tutti i colori; aveva gli occhi stanchi ma uno sguardo di totale fierezza e, come un uomo che è appena diventato papà, con un gesto carico di soddisfazione ci invitò a guardare il suo capolavoro magistralmente impresso sulla parete.

Su quella parete, l’unica libera, rischiarata dalla grande porta-finestra che si apriva su quella opposta, schiacciati tra un prato verde e un cielo di un azzurro straordinariamente intensi, c’erano due carabinieri che percorrevano una strada sterrata che portava a quella che aveva tutta l’aria di sembrare proprio la nostra caserma, racchiusa nel piccolo borghetto di pietra in cui, in effetti, si trova. E quel che apparve ancor più straordinario agli occhi del Capitano fu che lo facevano montando due cavalli di una bellezza unica: sodi, turgidi e dal pelo setoso, con una muscolatura talmente ben tornita da farli sembrare veri.

Laudadio ebbe un attimo di pura commozione e non poté fare a meno di andare incontro a Lorenzo e abbracciarlo forte, rischiando che quello gli crollasse tra le braccia per il sonno e la stanchezza. Intanto, molti curiosi stavano raggiungendo la mensa alla spicciolata, rimanendo letteralmente incantati ad ammirare l’opera di colui che, fino a quel momento, era stato “il Pittore” e che adesso aveva definitivamente conquistato sul campo l’appellativo di “Maestro”.

E non occorse neppure che il Capitano desse ordine di non osare mai più prendersi gioco di lui, perché ognuno se ne sarebbe guardato bene dal farlo. Con quell’affresco – che scatenò nei giorni a seguire un vero e proprio pellegrinaggio da parte di tanti colleghi, anche dei Comandi vicini – il “Maestro” aveva riscattato tutto il dispiacere che aveva accumulato in anni e anni in cui la sua creatività non era stata affatto una dote apprezzata.

***

7

Il primo maggio – era un martedì – dopo aver completato le pulizie negli uffici, ero rimasta a scambiare poche chiacchiere con il Capitano.

Le storie che raccontava – nonché le moltissime altre che ho avuto modo di conoscere da quando lavoro tra i carabinieri – mi hanno fatto capire che la genuinità che li contraddistingue e che li porta a essere, talvolta, protagonisti di situazioni piuttosto comiche è, poi, la stessa genuinità che li induce a fare proprie certe storie della gente che a loro si rivolge per cercare una soluzione.

Durante questi anni li ho visti cimentarsi in casi complicati, impegnarsi a fare cose che andavano di molto oltre ciò che era loro strettamente dovuto, tanto spesso dimenticandosi dell’orologio, dei pasti, delle famiglie.

E sono proprio la semplicità d’animo di questi uomini, le loro origini talvolta umili, il valore imprescindibile dell’obbedienza gerarchica, a renderli spesso protagonisti di vicende di profondissima umanità, e nel contempo anche delle più diffuse barzellette che, come ebbe modo di dirmi una volta un anziano Colonnello in congedo, altro non sono che la più tangibile misura della vicinanza e dell’affetto che la gente nutre per loro.

Insomma, dicevo… quel pomeriggio del primo maggio 2013, dopo aver terminato le mie incombenze, ero nell’ufficio del Capitano Laudadio a ricordare con lui vecchi aneddoti, quando bussarono alla porta.

«Avanti!» tuonò lui.

Era il Maresciallo Armando Colacioppo, il comandante della Stazione, che fin da subito parve un pochino turbato e affaticato.

«Capitano, ci sono due cose urgenti che deve sapere» e mi rivolse un’occhiata come a dire che avrebbe preferito riferirgliele in privato. Ma il Capitano lo incitò a parlare: «Coraggio, Brigida è una di noi, ormai!»

«Va bene, come preferisce» annuì il Maresciallo. «La prima cosa è che la statua della Madonna in piazza ha iniziato a piangere.»

Non saprei dire se il Capitano non colse immediatamente la serietà di quella informazione, o se qualcosa nella sua testa rifiutò di farlo, perché anziché preoccuparsene, preferì scherzarci su: «Di qualunque cosa si tratti, non sono stato io!» e rise. Da solo.

Poi, evidentemente, sentendosi addosso gli sguardi sospesi, mio e di Colacioppo, si fece improvvisamente serio. «Cosa vuoi dire?»

«Capitano, quello che ho detto. Pare che da qualche ora la statua della Madonna in gesso che è in piazza abbia iniziato a lacrimare. E, in effetti, le lacrime ci sono: le ho viste io personalmente.» Un attimo di pausa. «Inutile dirle che attorno si sta già radunando una nutrita folla.»

Il Capitano, non sapendo bene cosa fare, si irrigidì sulla sua poltrona e parve chiaro dallo sguardo che si era messo a rincorrere i pensieri che stavano iniziando ad affollare la sua testa. Poi, un guizzo, quando realizzò che il giovedì, cioè appena due giorni dopo, sarebbe partito in licenza per raggiungere la sua bella cavallina. Allora, immediatamente si fece serio e ordinò: «Maresciallo, adesso io le dico che questa barzelletta, così com’è iniziata, immediatamente deve finire. Mi aiuterà a inventare qualcosa perché questa storia mantenga un basso profilo e ognuno se ne torni quanto prima a casa sua.» Ora era in piedi e, fumando il sigaro a grandi boccate, percorreva con ampie falcate tutto l’ufficio in lungo e in largo.

«Perché se poco poco dovesse arrivare qualcosa al Colonnello, in meno di mezzora quello mi piomba qui. E a quel punto posso dire addio alla mia licenza!»

Colacioppo tirò un breve sospiro. «Capitano, la seconda cosa che dovevo dirle è proprio questa: il Colonnello sta arrivando.»

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