Incipit “PARLIAMONE ANCORA”

 Palma Lavecchia

Parliamone ancora

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***

           Non posso dire che nella vita mi sia mai veramente mancata qualcosa. No, non posso dirlo.

Quei vuoti, che certe volte mi premevano dentro, venivano sistematicamente colmati dalla dolcezza infinita di mia nonna Enrica e di quella più spumeggiante di nonna Ilda, dalla presenza mite di mio padre, dai borbottii del nonno e dalle coccole energiche di Poldo.

Mia madre, invece, semplicemente non c’era: sempre estranea a tutto ciò che mi capitava, un po’ come se nulla o quasi niente di me la riguardasse e il suo ruolo fosse solo quello di redarguirmi per ogni banalità. Me la ricordo così, nel mio passato, senza entusiasmi particolari, né alcuna particolare affettività. Non credo ci siamo mai scambiate veramente un abbraccio, non ricordo neppure sia mai capitato che mi abbia rimboccata le coperte.

Mio padre sì, tutte le volte in cui dormivo da lui; lo sentivo arrivare silenzioso e, insinuandosi nella penombra, e mi augurava la buonanotte con un bacio leggero sui capelli. Raramente mi voltavo per ricambiare, spesso facevo finta di dormire, ma Dio solo sa quanto aspettassi quell’attimo di tenerezza.

Mio padre e mia madre abitavano in case diverse, ma confinanti. Si conoscevano da sempre; giocando, erano cresciuti assieme, e io ho il sospetto che, ad un certo punto, abbiano confuso l’amore con quello che, invece, era solo un gioco un po’ più impegnativo. Ma non durò a lungo, e quando mia madre scoprì di essere incinta, evidentemente la loro storia iniziò a scricchiolare. O almeno questo è ciò che credevo di sapere di loro due.

Non si sposarono mai; questo sì, lo so per certo, invece. Preferirono così. Capirono che sarebbe stato meglio per tutti e decisero che ognuno se ne sarebbe rimasto a casa propria. E io: un po’ qua e un po’ là. No, non mi è pesata affatto questa situazione, anzi… la mia è stata un’infanzia straordinaria, avvolta da dosi esagerate di affetto e di allegria.

Era mia madre l’unico punto oscuro. Partiva, tornava, usciva fino all’alba e dormiva tutto il giorno; certe volte, poi, si chiudeva in se stessa, evitava tutti, perdeva peso, lo sguardo spento. Non ci facevamo più caso, ormai; era sempre stata così. Ma nei periodi in cui era più intrattabile, lasciavo la casa in cui lei viveva con nonna Enrica e nonno Bruno e me ne andavo a stare con papà e nonna Ilda in quella di fianco.

Quindi, avevo due stanzette, due letti, due armadi, tanta roba da una parte e dall’altra, un bagno tutto mio a casa di papà e uno che condividevo con la mamma a casa sua. Avevo Poldo, che mi seguiva in ogni posto, e avevo due stereo che tenevo su entrambi i comodini: la sera, ovunque mi coricassi, mi mettevo su le cuffiette e se qualcosa era andata storta, mi piangevo tutte le mie lacrime in silenzio, finché finalmente mi tornava il buon umore. Perché la mattina dopo era un altro giorno, un giorno nuovo, sempre.

Avevo due tazze, una di qua e una di là. Quella che usavo da mamma, nonna Enrica me la faceva già trovare pronta in tavola piena di latte e cioccolato caldo, accompagnata da biscottini e fette di torta che lei stessa si divertiva a sfornare di buonora.

Da papà, invece, la colazione la preparavo io, perché non mi piaceva che, oltre a tutto quello che già faceva per me, lui dovesse fare anche questo; era come se volessi, in qualche modo, per quel po’ che potevo, ricambiare la sua dedizione verso me e la nonna Ilda, che da anni, forse da sempre, viveva sospesa tra la realtà e un sogno tutto suo, tra piccole amnesie e virtuose elaborazioni oniriche. Certe volte, guardava fuori dalla finestra e sospirava «Oh, come nevica!»; poco importava che fosse pieno agosto e che il caldo squagliasse anche l’anima.

Io e papà ne ridevamo; no, non per prenderla in giro, ma perché ci sentivamo parte di un quadretto un po’ buffo e spiritoso che poteva essere tutto e solo nostro. Ridevamo perché sapevamo di essere complici e unici. Da nonna Ilda, però, devo ammetterlo, ho imparato un mucchio di cose, e più di tutto ho imparato che ciò che ognuno di noi avverte, il modo in cui si interpreta la realtà, non è mai assoluto, mai assodato. Fino al punto che, anche quando a te sembra di avvertire un caldo spaventoso, può accadere che per qualcun altro lì vicino stia addirittura nevicando.

***

            Circa nove anni fa, nonna Enrica è volata in cielo. Non mi piace usare la parola “morta”, la trovo brutta, non è da lei. L’idea che sia volata via, invece, si addice perfettamente a quello che era stata in vita, sempre così leggera, rassicurante, quasi eterea.

Ricordo le sue forme generose vestite di tessuti vaporosi; le sue mani un po’ grassocce piene di anelli, che ormai non riusciva neppure più a sfilare via. Portava i capelli raccolti in una lunga coda d’argento tenuta tutta su una lato, e quando si perdeva nei suoi pensieri se l’accarezzava a lungo; poi, improvvisamente, si riaveva e con un’allegria solo sua, mi chiedeva: «Beh, cosa vuoi che ti prepari di buono, oggi, bambina?»

Passava buona parte del suo tempo in giardino, proteggendosi dal sole con un cappello di paglia a falde larghe e curava quei fiori coloratissimi come se fossero creature animate. Ci parlava; parlava loro del tempo, si complimentava per come stessero crescendo sani e forti, rideva per qualcosa di buffo che era accaduto, piangeva raccontando di mia madre.

La cucina era la sua seconda passione; attraverso il cibo era come se ci trasmettesse il suo bene immenso e ogni più profonda cura. E conosceva sempre l’intruglio giusto contro ogni male, al punto che ormai sapevo con certezza che le sue brodaglie e i gustosissimi infusi potevano restituirmi più salute di qualunque altra potente medicina. Certe volte, addirittura, simulavo fantomatici mal di testa con il solo fine di ritrovarmi avvolta tra le sue braccia, sedute sul divano davanti al camino, a sorbire una tazza di buon liquido caldo e a respirare quel suo calore così rassicurante.

L’unico suo tormento era mia madre. O meglio: con lei la nonna era sempre dolce e sorridente, accomodante, remissiva, ed era anche perfettamente consapevole di essere il suo unico punto fermo. Certe volte le vedevo chiacchierare e ridere come due adolescenti, è capitato che passassero ore a provare vestiti e vecchie scarpe ritrovate in soffitta, a suonare e cantare canzoni stonate al pianoforte, a scambiarsi libri e a commuoversi guardando vecchi film. Ma quando mia madre entrava nelle sue fasi sensibili, nonna Enrica si faceva quasi trasparente, silenziosa, e mal celava la sua profonda amarezza nei suoi piccoli occhi verdi, mai come allora infinitamente tristi.

***

            Da qualche tempo nonna Enrica mi faceva discorsi strani. Avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava, ma evidentemente ero troppo presa dagli innamoramenti di quegli anni, dallo studio, dalla voglia di viaggiare, dalle interminabili tensioni con mia madre. Improvvisamente, la notai appesantita, fiacca, affaticata.

Diceva che era l’inverno, che si sentiva stanca, sì, ma che una delle sue pozioni magiche a base di erbe e miele l’avrebbe fatta certamente rinascere. Sapeva di mentirmi. Sapeva cosa sarebbe significato per noi la sua definitiva assenza. Sapeva, e lo sapeva bene, di essere l’energia positiva, il fulcro delicato e travolgente, il guru saggio e affettuoso per ognuno di noi.

Sapeva anche che, se se ne fosse andata prima, il nonno non gliel’avrebbe mai perdonata. Avevano vissuto un’intera vita assieme, erano stati il primo amore l’uno per l’altra, avevano respirato sempre la stessa aria e condiviso gli stessi interessi, ognuno con il suo diverso, direi diametralmente opposto, modo di essere.

No, se se ne fosse andata via prima, lui non gliel’avrebbe mai perdonata. E lo capiva dal modo in cui nonno Bruno fingeva di non accorgersi del suo stato e le chiedeva di non inventarsi cose strane e di rimettersi subito in sesto perché lì c’era tanto da fare, e il fatto che si trascinasse così in giro per casa era del tutto inopportuno e fuori luogo.

Lei lo abbracciava; lui se ne rimaneva seduto al tavolo con le braccia conserte, serrava le labbra e il naso gli diventava rosso. Lei se lo teneva stretto così anche per minuti infiniti, gli passava una mano sulla schiena, gli carezzava il collo; era come se volesse chiedergli scusa, pur sapendo bene che lui non avrebbe comunque mai accettato quella triste evidenza.

Una mattina all’alba me la trovai seduta ai piedi del letto. «Nonna, che ci fai qui? Forse non mi è suonata la sveglia? È tardi?»

Mi fece cenno di no con la testa e dai raggi dorati che penetravano dalla finestra le scorsi gli occhi più trasparenti del solito. Mi misi a sedere sul letto. Mi disse solo: «Se darai baci per aria, forse qualcuno ti prenderà per matta, ma sappi che io sarò sempre lì a raccoglierli.»

Poi il nonno la chiamò dal piano di sotto e lei si affrettò a raggiungerlo.

Quella stessa mattina, dopo che io uscii di casa per andare a lavoro, fu papà a trovarla seduta sulla sua solita poltrona, davanti al camino. Pareva che dormisse, mi ha raccontato poi. Invece, tornata improvvisamente leggera, se n’era volata via.

***

            Disorientati. Confusi. Ci mancava un pezzo, eravamo soli. Nonno rifiutò l’idea di averla perduta per sempre, al punto di rifiutarsi di partecipare alle esequie, di portarle un fiore sulla sua tomba, di tornare a dormire nel loro letto. Era uno di poche parole, ma per mesi non ne pronunciò proprio nessuna.

Gli equilibri si infransero, le giornate divennero interminabili, di notte si sentiva riecheggiare dalle stanze il rumore del pianto. Mia madre perse quel po’ di buon senso di cui disponeva, non aveva più la sua spalla, il suo confronto, il suo conforto. Col nonno, in vita sua, non aveva mai scambiato frasi che andassero al di là di passami il sale, stasera non torno per cena, prendo la tua macchina per fare un salto in città. Ora la vedevo persa, lacerata, sconfitta, e non riuscivo ad avere coraggio e forza a sufficienza per mettere da parte l’acredine che avvertivo e abbracciarla, restituendole ciò di cui, più di qualunque altra cosa, evidentemente aveva bisogno.

Di contro, lei aveva preso ad attaccarmi con più vigore, dicendomi che non ero buona a nulla, che ero troppo distante dalle altre ragazze della mia età, che non ero stata capace di darle alcuna particolare soddisfazione. Nonna Enrica, nei momenti in cui quei suoi discorsi riuscivano a penetrarmi come fendenti, veniva a prendermi il volto tra le sue mani grassocce, ad incatenarmi gli occhi nei suoi, a sorridermi in un modo talmente rassicurante da far sì che mi lasciassi scivolare tutto via. Mancava questo, ora, e purtroppo sarebbe mancato per sempre.

Allora, l’unico rifugio era diventato mio padre; lui lo aveva capito perfettamente, così come sapeva bene che, il più delle volte, preferivo restare a dormire a casa di mamma per non lasciare solo il nonno, per sfilargli via il telecomando di mano, spegnere la tv ogni sera, coprirlo con il solito plaid e lasciare che trascorresse l’ennesima notte sul divano, così come ormai aveva deciso di fare.

Qualche volta, però, non curante del fatto che mamma fosse in casa, papà veniva a farmi visita e restavamo a giocare a carte fino a tardi, talmente tardi che, una volta a letto, non avrei avuto il tempo di pensare, ma solo quello di addormentarmi.

Mio padre. Non è quello che si può dire un bell’uomo; me ne accorsi proprio osservandolo meglio in quel molto tempo che ormai trascorrevamo assieme. La pelle scura, indurita della campagna, pochi capelli, le mani grandi e ruvide, ma gli occhi piccoli e liquidi, del colore dell’oro, dolcissimi.

Di lui, non ricordo mai una volta che abbia alzato la voce, che abbia pronunciato una parola fuori posto, che abbia offeso qualcuno. Mi apre tuttora il cuore ogni volta che viene a farci visita e sulla porta si sfila la coppola prima di entrare in casa: sembra un bambino timido; e forse, in fondo, lo è per davvero.

Con la mamma si è sempre sforzato di parlare serenamente, e sono sicura che lo fa unicamente per non farmi mai sentire a disagio, ma poi mi accorgo di quanto accusi il colpo ogni volta in cui lei lo ferisce con certe sue gratuite sferzate, e lui mi sorride come per rassicurarmi del fatto che sia tutto a posto.

Dopo la scomparsa di nonna, anche tra loro gli equilibri si erano di molto modificati: lei sempre più stronza e lui, evidentemente comprendendo il suo dolore immenso, infinitamente più paziente. E io, sola tra loro, a pregare affinché dal mondo della verità fosse lei stessa a darmi la forza per andare avanti.

***

            Poi il tempo passò e, lentamente, ognuno di noi rientrò nella propria normalità. Me ne resi conto una sera in cui rincasai tardi e sentii il vocio del solito televisore acceso in salotto, ma quando andai per sistemare il solito plaid, mi accorsi che il nonno non c’era: se n’era tornato a dormire nel suo letto, su in camera.

Ad essere sincera, non posso dire che la cosa mi fece piacere: avevo una fottuta paura che, presto o tardi, il vuoto lasciato dalla nonna sarebbe stato colmato da un naturale ritorno alla normalità e mi pareva quasi di farle un torto. Il dolore della sua assenza, ormai, era una costante che mi era diventata familiare, con cui mi piaceva convivere; era uno spillo nel cuore che, ogni volta, me la riportava in vita.

Intanto, però, toccava rimboccarsi le maniche e fare i conti con le crescenti necessità del quotidiano, con il bisogno di aiuto in una casa troppo grande, con la spesa che il più delle volte dimenticavo di fare, con lo studio sempre più impegnativo e, soprattutto, con davvero pochi soldi per arrivare alla fine del mese.

Allora, siccome ormai era diventata dura con le esigue risorse di cui disponevo, e chiedere altri soldi a papà proprio era fuori discussione, e con mamma, ormai, eravamo poco meno di due conoscenti, decisi che dovevo cavarmela da sola.

L’occasione mi cadde dal cielo il giorno in cui mi fermai a far la spesa al negozio di alimentari della signora Lina, una simpaticissima tutta ciccia e buon umore, che però notai essere un po’ abbattuta.

«È per colpa di Diego, il mio bambino», mi disse. «Di studiare non ne vuol proprio sapere e io non ho tempo di seguirlo. Allora, quando torno a casa la sera, nonostante la stanchezza sono costretta a fargli fare i compiti.»

Mi soffermai un attimo a pensare, giusto il tempo di sentir dire a lei ciò che avrei voluto dirle io: «Non è che ti andrebbe di seguirlo per qualche ora nel primo pomeriggio? È fatto un po’ a modo suo ma, preso per il verso giusto, fa quello che deve fare.»

Ovviamente ne fui entusiasta. «Certo, perché no? Vi aspetto anche oggi stesso, se vuoi. A casa di papà. Per le 15.00 va bene?»

Mangiai in fretta con il nonno, poi corsi da nonna Ilda, che sonnecchiava davanti alla tv accesa. Le diedi un bacio sulla fronte, sembrava una bambina. Appena dopo qualche istante, suonarono alla porta: era Lina con il suo Diego, un ragazzetto di circa 11 anni, anche lui sufficientemente in carne e con due splendidi occhi verdi e furbi.

«Cara, te lo affido, passa il papà a riprenderlo tra un paio d’ore. Per qualsiasi problema, chiamami. E tu», rivolgendosi al figlio, «mi raccomando: ascolta ciò che ti dice Emma e cerca di impegnarti, ok?»

Poi ci rivolse un cenno di saluto e se ne andò.

Diego era visibilmente impacciato, e io troppo tesa perché non lo avvertisse. Ma avevo talmente tanti pensieri che affollavano la mia mente… In effetti, non sapevo se sarei stata capace di dedicargli l’attenzione di cui aveva bisogno, e per questo mi sentivo un po’ in ansia. Lo feci accomodare a capotavola, tirando fuori dalla cartella pesante i suoi molti libri, per capire da dove fosse il caso di incominciare.

La nonna, che intanto doveva essersi svegliata, era sparita dalla sua poltrona, per cui pensai che se ne fosse andata su in camera o in giardino. Per sciogliere un po’ il ghiaccio, rivolsi al ragazzo qualche domanda sulla scuola, gli insegnanti, gli amici, le materie che amava di più e quelle che, invece, proprio non sopportava.

Mentre scambiavamo quelle prime chiacchiere,  all’improvviso vedemmo nonna Ilda entrare nel salotto e cercare. Cercava qualcosa sul pavimento, sotto il tavolo, sotto il divano, e di tanto in tanto faceva il verso del gattino e schioccava le dita. Diego smise di parlare e si voltò a guardarla, allora mi affrettai a dirgli «Tranquillo, è tutto a posto, va’ avanti!» e lui riprese a parlarmi di sé dal punto in cui si era interrotto.

Ma dopo poco, vedendo l’insistenza con cui la nonna ancora cercava, evidentemente si fece coraggio e mi chiese «Cosa cerca?»

«Un gatto» risposi, «dai, andiamo avanti.»

«Ah, c’è un gattino, qui? E come si chiama?», chiese lui, con un entusiasmo infantile e genuino, ma tanto bastò per farmi reagire un po’ più energicamente del dovuto: «Diego, ho detto che la nonna sta cercando un gatto, non il gatto. E per un gatto intendo uno dei tanti esseri che vede solo lei!» Diego abbassò lo sguardo, evidentemente mortificato.

Allora mi intenerii e tentai immediatamente di recuperare, stringendolo per le spalle e avvicinandomi ad un palmo dalla sua faccia. «Diego», gli sussurrai, guardandolo negli occhi, «siamo una famiglia un po’ stramba, ma sono sicura che andrà tutto benissimo, e tra non molto quasi certamente non saprai più fare a meno di noi. Scusami, non volevo spaventarti.» Lui rimase sulle sue ancora qualche istante, poi mi guardò e mi sorrise.

E, sentendo che la nonna ancora cercava un suo gatto, ad un tratto lo vidi alzarsi, andare verso una sedia e, fingendo di afferrare qualcosa, disse «Nonna, eccolo… se ne stava qui nascosto in un angolo questo birbone!» La nonna fu contentissima. E io capii che ormai Diego era proprio, a pieno titolo, uno di noi.

***

Di mamma so per certo che, fin dalla nascita, non mi aveva mai accettata. Forse per la sua tenera età, o per avermi concepita con un uomo che, in fondo, non amava. Ma, soprattutto, temo sia dipeso dal terribile parto che le era toccato. Nessuno mi ha mai raccontato con esattezza cosa accadde, ma in più di una circostanza, quando mi è capitato di ascoltare qualche sua conversazione con altre amiche, le avevo sentito ripetere scossa: “È stato orribile. Ho creduto di morire…” Al punto che, nei giorni seguenti, aveva rifiutato ogni contatto con me: di allattarmi, di carezzarmi, di farmi sentire la sua voce. Di vedermi.

Il nome me lo aveva scelto la nonna, rispettando un’antica tradizione della sua famiglia, secondo la quale la primogenita dovesse avere un nome che iniziasse per E. Emma le era sembrato mi stesse bene; e poi, pare che quando me lo chiese, le feci bene intendere con un vagito che piacesse molto anche a me.

La zia Olga, altra sorella della nonna, per tutto il tempo in cui la nonna aveva assistito la mamma presso casa di zia Marida, a Monserrese, mi aveva accudita con immenso amore. Poi, la mamma era tornata a casa, dopo diversi giorni dal parto, e il medico le aveva diagnosticato un’importante forma di depressione, suggerendo di evitare di lasciarmi sola con lei.

L’intera famiglia stava attraversando un momento davvero difficile, perché quella che normalmente è vissuta come una gioia, si era trasformata in una sorta di incubo senza fine. Papà non sapeva assolutamente nulla di bambini; forse, in vita sua aveva visto nascere qualche capra, un vitello, un pulcino, ma di cosa fosse un cucciolo d’uomo non ne aveva neppure la più vaga idea.

Allora, la prima volta che mi vide, se ne rimase lì in piedi, a strizzare la sua coppola tra le mani, in preda a un umile imbarazzo. Zia Olga me lo raccontava sempre. Poi, iniziò a darsi un gran da fare per aiutarci, andando a cercare il latte d’asina perché il mio buon pasto quotidiano non dovesse mai mancarmi.

E un giorno, mentre era lì che mi guardava bere dal mio biberon tra le braccia della zia, la nonna aveva urlato perché la mamma, al piano di sopra, era svenuta, e allora lei mi aveva improvvisamente mollata tra le braccia di papà per correre ad aiutarla. La zia mi racconta che quando tornò a riprendermi, lui era lì impalato, così come lo aveva lasciato, con due enormi lacrimoni sul viso e che se non si fosse affrettata a levarmi via, avrei rischiato di annegarci dentro.

Da quel momento, papà diventò la presenza più tenera e discreta, dolce e impacciata del mio mondo. Mamma, invece, chiese di vedermi per la prima volta dopo alcuni mesi trascorsi sotto lo stesso tetto. Nonna Enrica mi aveva preparata come un confettino, perché in cuor suo sperava che lei potesse intenerirsi e rinsavire, ma alla mia vista l’unica cosa che le riuscì di fare fu una copiosa vomitata sul pavimento.

Però, un piccolo progresso ci fu: non evitò più di entrare nella stessa stanza in cui tenevano me. Solo che, semplicemente, mi trattava come se fossi la figlia di qualcun altro. E gli anni, poi, così se ne sono andati: come se le appartenessi poco, come se fossi un peso per lei, come se avrebbe potuto tranquillamente fare a meno della mia presenza nella sua vita.

La mia grande fortuna è stato il fatto di avere sempre un sacco di gente attorno a me, al punto quasi di spartirsi i ruoli che, normalmente, farebbero capo ad un’unica figura: quella materna. O almeno era stato così fino all’età di sei anni.

Fu allora che, purtroppo, qualcosa cambiò; forse, semplicemente il fatto che, ormai, ero in grado di osservare, di pensare, di pormi domande. La maestra mandò a chiamare papà il giorno in cui, verso i primi di maggio, mi rifiutai di preparare il lavoretto per la festa della mamma. Lei aveva insistito e io, per tutta risposta, avevo lanciato per aria cartoncino bristol, colla, pennarelli e petali di fiori. Non saprò mai cosa si dissero, ma mai potrò dimenticare cosa papà disse a me, quando mi portò via con lui e andammo a prendere un gelato nel bar della piazzetta. Rimase a guardarmi a lungo prima di cominciare a parlare, come chi sa di dover dire qualcosa di importante e di volerla dire bene.

«Emma, tua madre sembra tanto distante da te e forse lo è veramente, ma il motivo è uno solo: è sicura di non essere all’altezza del suo ruolo, di non saper essere una buona madre.» Fece una breve pausa, poi aggiunse: «Lo so che forse non puoi comprendere fino in fondo ciò che sto per dirti, ma ci voglio provare: lei ha più bisogno di te di quanto tu non ne abbia di lei.»

Finii il mio gelato in silenzio, senza dire una sola parola, poi gli montai sulle ginocchia e gli chiesi di riaccompagnarmi a scuola. Mi sentivo in colpa per quella reazione tremenda che non avevo saputo controllare e che neppure capivo. La maestra mi riaccolse in classe, e allora io preparai il lavoretto più bello di tutti.

La mattina della festa della mamma entrai silenziosissima nella sua camera mentre lei dormiva ancora; sistemai quel cuore gonfio di petali sul suo comodino e me ne andai a scuola, come ogni mattina accompagnata dalla nonna. All’uscita pioveva, c’erano tanti genitori con l’ombrello, una gran confusione, ma all’improvviso vidi anche lei, la mamma, inzuppata come un pulcino e credo che piangesse, ma non ne sono sicura, perché c’era anche la pioggia a rigarle il viso.

Le corsi incontro, mi strinse forte. E in quel momento, in quel preciso momento, compresi le parole di mio padre: «Lei ha più bisogno di te di quanto tu non ne abbia di lei.»

Ci ha sempre provato ad andare oltre i suoi limiti, io lo so; ma qualcosa le ha impedito di crescere, di sciogliere i nodi, di vivermi con serenità. Ormai, sapevo com’era fatta e non ci davo troppo peso; del resto, mi piaceva stare con la nonna che mi raccontava le favole e mi aiutava a fare i compiti, con il nonno a scoprire i segreti della terra che coltivava con amore da sempre, con nonna Ilda a cui io e papà facevamo un sacco di scherzetti.

Lei, la mamma, invece, c’era e non c’era. Molte volte c’era ma era come se non ci fosse; altre mancava, ma chiamava spessissimo. Non è mai stata uguale a se stessa. Con il nonno non parlava mai, erano completamente come due estranei e certe volte, quando eravamo a tavola con entrambi, l’aria sembrava pesante come piombo. Credo che il nonno non abbia mai sopportato la sua indolenza verso la vita, il suo profondo senso di irresponsabilità, quell’atteggiarsi come se tutto le fosse dovuto.

Quando ero poco più di una ragazzina, nella speranza di motivarla, di far sì che si appassionasse a qualcosa, la nonna aveva impegnato buona parte dei suoi risparmi di una vita per aprirle un negozio di profumi e cosmetici, ma lei certe mattine rimaneva a letto fino a tardi, apriva il negozio in orari improponibili; durante il periodo natalizio, quando c’era più gente in città e poteva sperare in qualche vendita in più, partiva con qualche svitata per chissà quali mete e tornava dopo alcuni giorni, dopo essersi spesa tutto, anche i soldi con cui avrebbe dovuto pagare i fornitori. Tant’è che dopo poco, la nonna si vide costretta a cedere l’attività ad una sua cara amica, ma neppure questa sconfitta servì alla mamma come incentivo a tentare di riprendere in mano la sua vita.

Poi, un giorno il nonno, braccandola contro un muro e parlandole con voce bassa e minacciosa, mentre la fissava con occhi di fuoco, le disse chiaramente che avrebbe fatto bene a rendersi utile o avrebbe potuto tranquillamente uscire da quella porta e non fare più ritorno. La mamma, evidentemente, si aspettava che la nonna intervenisse, come al solito, a difenderla, ma lei se ne rimase a carezzarsi la sua lunga coda d’argento, seduta sulla sua poltrona, con lo sguardo fisso da un’altra parte. Allora guardò me, sperando che quell’alzata di testa del nonno mi indignasse; io avevo appena 12 anni, e tante cose, ormai, le capivo bene. Per cui mi limitai ad alzarmi dal tavolo dove stavo facendo i compiti e ad andarmene su in camera mia.

Lei capì di essere sola, di non poter più contare su sponde e scudi. Dopo un paio di giorni ci fece sapere che aveva trovato un posto come segretaria presso lo studio di un commercialista; tuttora lavora lì. Ma fu in quel preciso istante che le cose tra noi precipitarono: io ero alle porte dell’adolescenza, quando normalmente si inizia a chiedere alla vita il saldo di tutto ciò che ci sarebbe spettato e non abbiamo ancora avuto; lei, iniziò a vedere gli anni scivolarle via in fretta e a rendersi conto che il ruolo di teen-ager non le si addiceva più.

Allora, anziché mettersi in discussione, tracciare un percorso di crescita, entrò terribilmente in competizione con me, come se dovesse dimostrare al mondo intero di essere migliore, paradossalmente, proprio di colei a cui lei stessa aveva donato la vita. Seguirono anni difficilissimi, amari, avvilenti.

Certe volte credevo di odiarla, molto più spesso provavo compassione; sicuramente, però, avevo smesso del tutto di farmi domande sul suo conto, perché risposte adeguate non riuscivo a darmene. Poi, la perdita della nonna mi aveva letteralmente lacerata dentro, non ero più capace di difendermi. Allora, speravo di non incrociarla, di non doverci trascorrere del tempo in uno stesso ambiente, facevo di tutto per essere altrove quando lei era in casa, ma restavo col naso incollato alla finestra quando se ne andava via e aspettavo che tornasse.

Ed era proprio così che me ne stavo una sera di fine autunno, quando i miei respiri avevano un po’ appannato il vetro e riuscivo solo a stento a trattenere le lacrime per quella rabbia che mi montava su e mi faceva perdere ogni brandello di lucidità.

Credo fosse trascorso un tempo lunghissimo, tant’è che dal giorno era quasi calata la sera, quando ebbi la sensazione netta, precisa, che alle mie spalle, nel soggiorno, ci fosse qualcuno; e attraverso il riflesso del vetro, guardando dietro di me, scorsi un qualcosa che si muoveva lentamente e lentamente mi voltai a guardare meglio.

Seduta sulla poltrona, esattamente come alcuni anni prima, c’era la nonna, nonna Enrica, che, non appena mi voltai, mi disse «Ciao, piccolina», un respiro, un sorriso «ti prego, non avere paura di me…»

Sentivo il cuore che batteva come un tamburo, e poco mancò che schizzasse via dal petto. Attesi alcuni istanti, pensando fosse solo il frutto della mia fantasia, ma lei restava inchiodata lì dov’era e non accennava a scomparire. Con l’equilibrio incerto di una funambola, piano piano, mi avvicinai; e va bene, lo confesso: avevo una paura fottuta! Per quanto potesse trattarsi del fantasma di mia nonna, non mi era comunque mai capitato di vederne uno prima di allora.

Lei mi tese la mano, io la presi tra le mie e, piano piano, mi misi a sedere al suo fianco. Riavvertire quel calore unico delle sue mani lisce e grassocce mi restituii non poca vita, tutta quella che mi era scivolata via durante gli anni complicati della sua assenza.

«Nonna, cosa ci fai qui?»

«Avevo una gran voglia di rivederti. E dalle tue preghiere mi è sembrato chiaro che valesse lo stesso anche per te…»

Credo mi si fosse stampata sul viso una chiara espressione da ebete, perché ad un certo punto il dolce sorriso della nonna si trasformò in una calda risata.

«Non immagini quanto!», riuscii appena a balbettare, e lei: «Per stasera forse è meglio che tu vada a riposare, bambina mia, ma ci sono un mucchio di cose che devi sapere. Storie che ti riguardano, che ci riguardano, e io mi prenderò tempo a sufficienza per raccontartele una per una. Sono tornata per questo.»             Ma non feci neppure in tempo a ribattere, che la vidi lentamente svanire, farsi sottilissima nell’aria e poi dissolversi, giusto un istante prima che si aprisse la porta ed entrasse mia madre.

«Sei ancora sveglia? È tardi.»

La guardai con il solito disprezzo, era visibilmente sfatta dopo l’ennesima serata trascorsa chissà dove e in compagnia di chissà chi.

«Avevo appena spento la tv, stavo andando su in camera. Buonanotte», e con le gambe che mi reggevano a stento e la carezza di quelle mani grassocce così familiari ancora stampata sul viso, me ne andai per l’ennesima volta lontano da lì.

***

            Quella notte fu difficile prender sonno. Continuavo a girarmi dentro il letto, chiedendomi a quale storia della mia vita la nonna si riferisse e quanto dovesse essere importante per costringerla a far ritorno nel mondo dei vivi per venirmene a parlare.

Dal lucernaio dritto sopra il mio letto, vidi spegnersi lentamente la notte, apprezzai le ombre perlacee con cui il giorno si insinua nel buio, le stelle spegnersi come suoni lontani. Poi crollai, evidentemente stremata dal sonno e dall’ansia.

Feci sogni confusi, ma poi dormii fino a tardi, tant’è che ad un certo punto sentii bussare alla mia porta: «Emma, tutto bene?»

Era il nonno, allarmato per non avermi vista gironzolare in cucina di primo mattino, come mio solito. Lo rassicurai, gli dissi che ero stata solo un po’ indisposta e che se avesse messo la moka sul gas, lo avrei raggiunto subito. E così feci.

Lui aveva già trascorso buona parte della sua giornata nel campo; io avevo deciso, per quel po’ di domenica mattina che ancora mi rimaneva davanti, di dedicarmi ai fiori, che, ovviamente, con la scomparsa della nonna, non ricevevano più le cure a cui erano stati diligentemente abituati.

Però, guardando il nonno, così rassegnato e stanco, pensai anche che avrei potuto sorprenderlo con un bel pranzetto. Lo invitai a tornare alle sue mansioni bucoliche e aprii il frigo: il solito vuoto, la solita desolazione, il solito eco di alta montagna. Ma non demorsi: con le poche uova avrei potuto preparare delle crepes, da farcire con funghi sottolio e formaggio. Mi misi a lavoro. Tre crepes le buttai via perché vennero fuori con forme decisamente improponibili; due me le gustai calde con della crema di nocciole.

Me ne rimasero giusto una decina che, accuratamente farcite, riposi nel forno caldo. Poi, me ne andai in giardino, dove la situazione era ormai assolutamente fuori controllo, e iniziai da una sommaria annaffiata generale.

«Stai forse spegnendo un incendio?»

«Nonna!» esultai. «Che bello averti qui… Perché mi chiedi se sto spegnendo un incendio?»

Rideva divertita. «Hai mai provato a farti una doccia sotto il getto di un idrante?»

La nonna se ne stava lì, seduta sui gradini del ballatoio, con il suo cappello di raffia a falde larghe, e sorrideva divertita di me e della mia scelta di usare il sifone anziché un garbato innaffiatoio.

Questa volta fui un po’ meno sorpresa rispetto all’apparizione precedente: il cuore rimase pressappoco al suo posto e le gambe anche.

«Cosa sto sbagliando?», le chiesi.

«Ad aver confuso dei piccoli e delicati vasi di fiori con un giardino, mia cara! Il giardino si irriga, ma i vasi di fiori devono essere annaffiati. E con cura…»

La raggiunsi e mi misi seduta accanto a lei. Non credo fosse solo una sensazione il fatto di avvertirne l’odore dolciastro dell’acqua di colonia che usava da sempre. Dentro di me sentivo mordermi dalla fretta di capire cosa avesse da dirmi di tanto importante, ma allo stesso tempo non volevo metterle fretta perché sapevo che avrebbe scelto il modo e il momento migliore per parlarmene.

La guardai negli occhi trasparenti, la trovai raggiante, serena come non l’avevo mai vista fino a quel momento. Cercò di trasmettermi poche ma sostanziali informazioni, affinché potessi prendermi cura dei suoi piccoli gioielli nel miglior modo possibile e io l’ascoltai con interesse.

«Questi fiori non sono qui per caso, ma li ho scelti, uno per uno, perché erano quelli che amavo di più, che con i loro colori riuscivano ad infondermi una puntina di allegria anche nelle giornate più grigie. Vedi quei vasi?» e ne indicò alcuni alla sua sinistra, che costeggiavano il muro della casa ed erano protetti dalla sua ombra. «Quelli sono dei ciclamini; sono fiori molto profumati, ma bada bene: non amano stare al caldo, né esposti alla luce diretta. Quando inizierà il freddo, mia cara, dovrai avere cura di coprirli con quelle piccole capannine smontabili che troverai nel capanno dei miei attrezzi. Prima di annaffiarli, cosa che non dovrai fare certamente con un idrante» e rise ancora, «assicurati che ne abbiano effettivamente bisogno, tasta un pochino la terra e fai in modo che questa resti umida, ma mai inzuppata. E bada anche ad un’altra cosa: che non si creino dei ristagni nei sottovasi. Ah, un piccolo accorgimento, inoltre, che dovrai avere, sarà quello di eliminare foglie e fiori appassiti, staccandoli delicatamente dal tubero, in modo che non contagino gli altri. È chiaro fin qui?»

            Feci cenno di sì con la testa.

            «Bene. Continuiamo… Quella di cui dovrai preoccuparti meno è l’erica, quei piccoli arbusti di fiorellini che vedi lì davanti» e indicò un’altra batteria di vasi tutti puntinati di piccoli fiori lilla. «È molto resistente, e riesce a vivere in perfetta forma anche allo stato selvaggio. Una piccola curiosità: nell’antichità, i suoi rami venivano utilizzati per spazzare i luoghi sacri e scacciare via negatività e folletti, e per questo è anche detta ‘pianta delle fate’. Queste qui, invece» e indicò i vasi alla sua destra, «sono le viole del pensiero: non profumano, ma in compenso restano fiorite e colorate per tutto l’inverno. Non dovrai annaffiarle molto frequentemente, ma, come per i ciclamini, nel periodo delle gelate dovrai preoccuparti di coprirle. E poi, di usare un po’ di fertilizzante; anche quello lo troverai nel capanno. Infine, le mie preferite: le ortensie. Bada che anche queste non siano troppo esposte al sole e preoccupati di annaffiarle con maggior frequenza, facendo anche molta attenzione al drenaggio. Se mantieni il terreno ben acido, i fiori avranno sempre quel bel colore azzurro. Spero di essere stata chiara, ma comunque c’è sempre il nonno, a cui potrai chiedere chiarimenti, se dovessi dimenticare qualcosa.»

Avevo ascoltato tutto con religiosa attenzione, ma non ero completamente sicura di potermene ricordare. Allora, stavo cercando di fare mente locale e fissare bene chi avesse bisogno di cosa, quando lei, avvicinandosi all’orecchio, mi sussurrò: «Se per pranzo non pensavi di sfornare dei fossili, ti conviene correre a cacciarli via dal forno!»

«Ommiodddio, le crepes!!!»

Mi precipitai in cucina ad effettuare un salvataggio estremo. Per fortuna, il danno era ancora piuttosto contenuto e, ad esclusione di una superficie un po’ più brunita di quella sperata, il pranzo era salvo.

In quel momento entrò anche la mamma, che guardò me e il tegame con la solita aria di pungente sufficienza. Non me ne feci un cruccio e sistemai il tutto in tavola per tornare di corsa fuori dalla nonna; lei, ovviamente, non c’era più. Ma le piantine erano state annaffiate con tutto l’amore di cui solo lei poteva essere capace.

***

            Dopo quella prima volta, nonna mi apparve spesso. La incontravo nel riflesso dello specchio, da cui mi lanciava un complimento mentre provavo un vestito; faceva brevi comparse in cucina perché migliorassi, con qualche trucchetto, la resa di una pietanza; poco prima di un esame, ne sentivo la voce infondermi coraggio e, subito dopo, congratularsi con me per il bel voto. Insomma, piccoli flash attraverso cui ne avvertivo costantemente la presenza, e mi sentivo confortata e sollevata, decisamente non più sola.

Dopo qualche tempo, nonostante l’arrivo della primavera, fui colpita da un’influenza tremenda, che mi inchiodò a letto con un febbrone da cavallo. Quella mattina, il nonno era già in campagna da un pezzo, la mamma era uscita da poco e papà era passato a salutarmi, portandomi qualche rivista. Si era trattenuto un po’ con me per un veloce aggiornamento sulle beghe universitarie e su certe infatuazioni di quel tempo, poi anche lui se n’era andato via e io mi ero messa a sfogliare le riviste che mi aveva portato.

«La febbre ti dev’essere scesa, gli occhi sembrano un po’ meno lucidi.»

Nonna si era seduta di fianco, sul letto, e con una mano, lentamente, raggiunse la mia fronte e la tastò.

«Infatti, mi sento un po’ meglio. Questa volta mi ha messa proprio K.O.! Sarà che mi mancavano i tuoi soliti intrugli?»

Ridemmo. Poi, il sorriso le si affievolì e si fece improvvisamente seria.

«Bambina mia, ho una storia da raccontarti. Non so se sia giusto che tu la sappia ora, che la sappia da me, ma temo che finché ti mancheranno certi tasselli, continuerai a vivere con convinzioni del tutto errate e a serbare inutili rancori.»

«Nonna, a cosa ti riferisci? Davvero non capisco…»

«Un passo alla volta, capirai. Capirai più di quanto io sia disposta a dirti. E spero possa servirti a rendere la vita tua e quella di chi ti circonda decisamente migliore di quella che è.»

Mi misi su a sedere, poggiandomi alla spalliera del letto. Lei si guardò a lungo le mani, come se le vedesse per la prima volta, forse per trovare il coraggio di parlare, o semplicemente capire da quale lembo del racconto sarebbe stato meglio partire. E iniziò.

«Tua madre era un’adolescente meravigliosa: bella, raggiante, sempre di buon umore, studiosa, appassionata, grande sognatrice. Ero felicissima e orgogliosa di avere una figlia come lei. Nicola abitava nella casa accanto alla nostra, solo con sua madre; il papà lo aveva perso quando era piccolissimo. Forse, anche per questo motivo si era molto affezionato al nonno e anche lui, probabilmente, lo vedeva un po’ come il figlio maschio che non aveva mai avuto. Nicola veniva spesso a dargli una mano: per i lavoretti da giardino, nelle serre, nelle raccolte stagionali, a sistemare gli animali; e io e il nonno dividevamo con lui e la sua mamma tutto quel po’ che avevamo. Nicola a Elena l’aveva vista crescere, aveva appena un paio di anni più di lei, fin da piccolissimi avevano giocato sempre assieme, frequentato la stessa scuola. Poi, evidentemente, lui aveva iniziato a guardarla sotto una nuova luce, bella com’era, e pian piano se ne era innamorato. Anche lei ricambiava quel sentimento così genuino, così dolce. Ogni sera, quando calava il silenzio, s’incontravano in giardino per raccontarsi la giornata e poi augurarsi la buonanotte. Il nonno fingeva di esserne infastidito, spesso brontolava, ma io lo so che in realtà era contento. Del resto, Nicola aveva sempre fatto parte della famiglia, era ormai un fatto assodato e naturale averlo tra noi. Ma ad un certo punto, qualcosa si ruppe…»

Si fermò per un istante. La mia testa era troppo pesante per capire dove la nonna sarebbe andata a parare, anche perché, fino a quel momento, la storia la conoscevo già.

«Elena appariva sfuggente, inventava mille motivi per evitarlo. Noi notavamo in quel ragazzo una grande sofferenza, ma vissuta con altrettanta dignità, forse sperando che si trattasse solo di un momento e che presto tutto sarebbe tornato come prima. Invece, purtroppo, non andò così. Venni a sapere che Elena aveva perso la testa per un tipo strano, uno più grande di lei. Capii che lo scontro non l’avrebbe condotta alla ragione, per cui provai a parlarle, ma davanti a tanta sua limpida determinazione, ebbi la certezza che la mia bambina sapesse bene quel che voleva e, purtroppo, non era affatto Nicola.»

Nonna Enrica mi guardava sottecchi; a me quella storia iniziava a non piacere più. Per niente.

            «Non ebbi mai il coraggio di parlarne con il padre, ma diventai pazza, ossessionata, come se fossi improvvisamente precipitata dentro un vero e proprio incubo. Quando lei non c’era, sbirciavo tra le sue cose, cercavo pezzi di quella storia da comporre e capire, cercavo una speranza a cui aggrapparmi; la seguivo e mi nascondevo nei vicoli ciechi del paese, dove la vedevo scambiarsi incandescenti effusioni con quel ragazzo. Furono momenti di dolore immenso, lo stesso che provavo quando vedevo Nicola e sentivo che anche la cera delle sue speranze si era fatta sottile, finché anche lui, adducendo mille nuove scuse, prese a venire da noi sempre più di rado. In questo mio frustrante delirio, cercai di essere concreta: nel modo in cui guardava lui, quel Giorgio, non l’avevo vista mai guardare nessun altro. Inutile sperare in un ripensamento.»

Altro silenzio. Iniziai ad avvertire un tremore nelle viscere. «Eppure a primavera qualcosa, evidentemente, tra loro, doveva essere accaduta, perché Elena aveva ripreso a trascorrere buona parte del suo tempo libero a casa e, piano piano, pareva che un po’ si fosse riavvicinata a Nicola. Lui, all’inizio, mi era sembrato chiaramente diffidente, ma poi si era lasciato andare e la sera mi commuoveva, dalla veranda, riascoltare le loro risate quasi infantili, genuine, quando si trattenevano nuovamente a chiacchierare in giardino. Era il maggio del 1985; quell’anno tua madre avrebbe compiuto il suo 18esimo anno di età, ma diceva di non avere alcuna voglia di festeggiare, che al limite avrebbe invitato le amiche per il pomeriggio… Allora, pensai di prepararle qualcosa di buono per pranzo e di invitare Nicola.»

La guardavo e la scoprivo lontana, persa com’era tra i ricordi di molti anni prima, a ripercorrere scene che, evidentemente, vedeva quasi scorrere davanti a sé come se fossero ancora il suo presente.

            «Lei non era ancora tornata da scuola quando lui suonò alla nostra porta con un bellissimo fascio di rose, per il quale doveva aver speso certamente buona parte dei suoi risparmi. Avresti dovuto vederlo, era emozionatissimo, non faceva altro che sbirciare fuori dalla finestra con un’impazienza quasi infantile. Ma il ritardo di minuti si fece sempre più preoccupante; il nonno, seduto sulla sua solita poltrona, si fissava la punta dei piedi e se ne stava così, immobile. Nel silenzio angosciante, si avvertiva solo il ticchettio delle lancette dell’orologio e l’odore delle pietanze per le quali avevo dato il meglio di me per tutta la mattinata. Mi colse un presentimento.»

Una lacrima le rigò il viso, il dolore le stava affettando le carni molli come fosse una lama.

            «Mi precipitai in camera sua, cercai un qualcosa senza neppure sapere esattamente cosa; lo feci in preda alla rabbia, alla concitazione, rovistai in ogni cassetto, finché sollevai il cuscino e scorsi un biglietto con poche parole: “Vado via con lui. Mi dispiace, mamma”. Mi misi a sedere e piansi tutte le mie lacrime. Dal piano di sotto, sentii chiaramente la porta chiudersi: Nicola aveva capito e se n’era andato via. Da quel momento in poi, tutto fu mostruosamente complicato: di giorno cercavo di raccontare alla gente del paese mille storie plausibili sull’improvvisa assenza di mia figlia, ma mi accorgevo dei loro sguardi carichi di compassione, che tanto loro lo sapevano bene che, ormai, si era messa con quella testa calda; di notte, restavo sveglia per assicurarmi che tuo nonno non smettesse di respirare, perché temevo che lui ad un simile dolore non sarebbe riuscito a sopravvivere. Appena dopo qualche settimana arrivò l’estate e un giorno vedemmo Nicola  entrare nel giardino e avvicinarsi al nonno: “Don Bruno” gli disse, “cerchiamo di essere concreti: qui c’è tanto da fare e lei ha bisogno di un aiuto, così come io e mia madre abbiamo bisogno di qualche soldo per campare. Elena ha fatto la sua scelta, io la mia: per me, da questo momento in poi, semplicemente, non esisterà più. Ma a voi, al contrario, devo tanto. Mi permette di tornare?”. Il nonno non gli lasciò neppure il tempo di finire e se lo abbracciò forte. Fu per lui l’ennesimo colpo al cuore.»

Rimase ancora qualche istante in silenzio.

            «Trascorsero circa due mesi durante i quali le uniche notizie che ricevetti di Elena furono quelle che mi riferì mia sorella Marida che, essendo molto più piccola di me e quasi coetanea di tua madre, con lei aveva un rapporto molto più confidenziale. Mia sorella abitava in città, non molto distante dal nostro piccolo paese. Andavo a trovarla ogni sabato, quando anche lei, allora da poco sposata ma senza figli, era libera dal lavoro, e potevamo approfittarne per far spese assieme. Di tanto in tanto, mi mostrava le lettere che riceveva, in cui Elena le raccontava che stava bene, che era addolorata per il dispiacere che aveva potuto dare a suo padre e a me, ma che lei era assolutamente certa di amare Giorgio e che noi uno così non lo avremmo mai accettato. Scrisse anche che aveva trovato un lavoretto, ma senza specificare quale, che si arrangiavano così, che vivevano di poco e che avevano trovato anche una discreta sistemazione.»

Adesso ero allibita: questa parte della vita di mia madre non solo non la conoscevo, ma non l’avrei mai neppure immaginata. Avevo fatto i conti con la fine dell’amore tra lei e Nicola, amore da cui ero nata io, ma mai avrei pensato, o anche solo avuto il sospetto, che potesse esistere un’altra presenza oltre a lui, a lui che, per tutta la mia esistenza, non aveva fatto altro che dedicarsi a me.

Mentre pensavo a queste cose, la nonna riprese.

«Erano già trascorsi circa tre mesi dalla loro partenza. Un sabato mattina uscii di casa per salire in macchina e raggiungere mia sorella in città, quando notai lì fuori ad aspettarmi tua madre, o meglio una persona che vagamente le somigliava e che quasi più nulla aveva di quel fiore raggiante che ancora custodivo nei miei migliori ricordi. Le corsi incontro, l’afferrai per un braccio e la costrinsi a salire in macchina senza lasciare neppure che fiatasse, prima che tuo nonno potesse vederla. Durante il tragitto, in lacrime, mi raccontò che Giorgio era morto. Lo avevano trovato dissanguato nella vasca da bagno, senza neppure un biglietto, due parole che dessero un senso a quello stupido gesto. Mi disse che non desiderava altro che morire anche lei, ma che era troppo vigliacca per riuscire a farlo per davvero. Mi disse che aveva lasciato tutta la sua roba in quella che era stata la loro casa, che era scappata via in preda alla disperazione e al dolore immenso. Mi disse che aveva avvertito solo il bisogno di correre da me, che non sapeva neppure come aveva fatto ad arrivare fin qui. Mi disse che poteva immaginare quanto avessimo sofferto per colpa sua; le risposi di no, che proprio non poteva immaginarlo. La cosa più difficile da capire me la disse solo alla fine: “Aspetto un bambino”.»

Avevo ascoltato ogni parola, ogni sospiro, ogni assenza e ogni ritorno in assoluto silenzio. Ma quella frase mi aveva raggiunta come una sciabolata, mi aveva privata di consistenza, mi ero sentita quasi svenire, morire.

Era incinta. Come un rumore sordo, antico, lontano, come un brusio che parte dal centro della Terra, sentii montarmi una rabbia incontenibile, crescermi dentro una forza tale da desiderare di afferrare ogni cosa e disintegrarla, polverizzarla.

«Non è veroooooo!!!», urlai, con tutta l’energia che avevo in petto, come per liberarmi da quella notizia nuova, che, se vera, avrebbe modificato per sempre la mia vita futura, ma ancor di più il mio passato.

«Non è verooooo…», strillai ancora più forte, afferrai le chiavi, e con il solo pigiama, la febbre addosso e una giornata che era tutt’altro che bella, infilai la porta e scappai via lontano.

Perché se le cose fossero state davvero così, la verità sarebbe stata una sola: Nicola non era il mio vero padre.

***

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