Incipit di “UKIYO, oltre i confini delle ombre”

Palma Lavecchia

“UKIYO, oltre i confini delle ombre”

0 § Incipit

Denis è un ragazzo come tanti adolescenti di buona famiglia, che di più ha il fatto di essere stato molto viziato dai suoi genitori, forse nella speranza di risolvere così il vuoto dovuto alle loro continue assenze da casa, dove invece veniva accudito da una nonna piuttosto severa. Incline a porsi costantemente al centro dell’attenzione, anche a costo di denigrare i più deboli pur di riuscirci, da molti viene considerato uno spavaldo, che a scuola consegue anche buoni risultati grazie ad una spiccata intelligenza, ma la cui condotta è irrimediabilmente ridotta ai minimi termini. Sa di essere molto bello, e questo lo fa sentire autorizzato a trattare con superficialità le numerose ragazzine che di lui di volta in volta si innamorano; e sa anche di essere molto forte, e questo lo fa sentire autorizzato a ingaggiare risse, soprattutto con quelli decisamente meno prestanti di lui.
Da qualche tempo ha preso di mira una sua insegnante, colpevole di averlo interrogato per due giorni consecutivi. Per questo, merita una lezione che riscatti la sua fama di intoccabile soprattutto agli occhi dei compagni, a cui dà appuntamento all’imbrunire perché possano assistere alla sua bravata e riderne con lui. Il gesto ‘eroico’ consisterebbe nel distacco della corrente dall’esterno di una piccola abitazione appena isolata in cui la donna vive da sola, in modo da costringerla ad uscire e spaventarla con ululati da fantasmi. Un gesto sciocco, neppure dei peggiori di cui si sia macchiato fino a questo momento, ma che risulterà fatale. Per lui. Che nel buio, in prossimità del quadro elettrico, toccherà inavvertitamente un cavo scoperto e rimarrà folgorato.
La sua storia inizia esattamente da qui.
***
Sul retro della casa il buio è denso come pece in una notte in cui anche la luna se n’è andata da qualche parte a dormire. I compagni, come stabilito, attendono in prossimità della porta da cui la povera insegnante tra poco uscirà, preoccupata per l’oscurità che le piomberà improvvisamente dentro la casa. Denis ha raggiunto il retro, nel pomeriggio aveva fatto un rapido sopralluogo e tanto gli era bastato per sapere cosa fare. Si muove a tentoni, manca davvero poco, soffoca un conato di risata perché già pregusta l’espressione di quella maledetta: questa volta la farà morire di paura, così impara a cercare di umiliarlo.
Ancora un passo ed è fatta, ma improvvisamente una scossa illumina a giorno il suo cielo e lui sente la pienezza del corpo impattare violentemente al suolo. Poi nulla più, nessun dolore, nessun suono. Fa per alzarsi, ma stranamente avverte una sensazione di leggerezza inedita. Un alone aureo illumina blandamente lo spazio attorno e Denis a quel punto sussulta: vede chiaramente il suo corpo lì davanti a lui, disteso come se fosse caduto in un sonno profondo. Il respiro si fa affannoso e istintivamente tenta di sdraiarsi e di infilarsi nuovamente in quella buccia da cui un attimo prima si è staccato.
«Mi dispiace, Denis. Temo non funzionerà.» La voce di una donna lo coglie alle spalle, lui si volta terrorizzato. Si tratta proprio di una donna dall’incarnato scuro ma avvolta in una luce dorata e intensa; lo fissa con compassione, mentre il corpo di lui giace ancora a terra come un fantoccio.
«Chi sei?» urla lui, sperando di spaventarla e che scompaia una volta per tutte. E poi, con tutto il fiato che ha in gola chiama gli amici, ma loro non possono sentirlo… eppure non sono poi così lontani.
«Neanche questo servirà, Denis» tenta di placarlo quella donna misteriosa.
«Chi diavolo sei tu?! Come sai il mio nome??!»
Ha l’affanno, Denis. Mai ha provato una paura più forte di quella, né una simile sensazione di leggerezza del corpo.
«Vieni con me» gli dice lei, afferrandogli la mano risoluta e sospingendosi verso l’alto, dove rimangono sospesi ad alcuni metri dal punto in cui si trovavano fino ad un attimo prima, proprio all’altezza delle fronde di un albero. Nello stesso istante, gli amici rinvengono il corpo esanime di Denis, lanciano l’allarme, c’è chi urla, chi piange e si dispera. Arrivano i soccorsi, i sanitari tentano di rianimarlo in ogni modo, ma per lui ormai non c’è più nulla da fare.
Con l’espressione attonita di chi immaginava la morte lontana anni luce da quella sua vita così frenetica sempre sopra le righe, e che comunque mai aveva sprecato neppure un minuto del suo tempo a chiedersi come sarebbe stata, Denis torna a fissare la donna.
«Bene, mi rendo conto di quanto sia difficile accettarlo, ma prima lo farai e prima potremo metterci a lavoro. Ora ti trovi in quello che nel gergo delle Anime è chiamato UKIYO, un limbo in cui resta incagliato chi non ha condotto una vita proprio del tutto esemplare. Da qui, alle Anime viene offerta la possibilità di evolversi verso un livello superiore, di pace e serenità imperiture, ma solo dopo aver riscattato il dolore e i danni che hanno cagionato al prossimo durante la loro vita terrena. E dopo essersi sinceramente pentite per tutto questo, ovviamente. Io mi chiamo Shana e ho il compito di guidarti in questo cammino. Ti indicherò le persone a cui dovrai prestare soccorso, ma tu e tu soltanto potrai decidere quale strategia adottare per aiutarle. In questo non potrai ricevere nessuna forma di sostegno. Ma quando sarai in difficoltà ti basterà pronunciare il mio nome perché io compaia al tuo fianco.»
Denis spera ancora di svegliarsi da un brutto sogno, ma l’urlo straziante di sua madre, appena sopraggiunta sul luogo dell’incidente, lo convince una volta per tutte di quell’amara realtà: la sua vita terrena si è conclusa. E non ha alternative all’affidarsi a quella donna dall’espressione dolcissima, che ora gli tende la mano e che sussurra: «Quando sei pronto, andiamo.»

1 § Il piccolo Nardino

«Credo sarà più facile iniziare dal prenderti cura di un’Anima che, come te, vaga nell’UKIYO. Solo che lo fa da molti anni. Il tuo compito consisterà nell’aiutarlo ad evolversi, ma la modalità sarai tu a stabilirla.»
Denis fluttua nell’aria, apprezzando il modo in cui ogni parte di sé si sia fatta inconsistente, eterea come una boccata di fumo. Ascolta Shana, ma ancora ha la sensazione di sentirsi in una gabbia da cui intende cercare il modo di fuggire e tornare alla sua vita precedente. È fuori da ogni sua logica anche solo ipotizzare seriamente che quell’esistenza – fatta di scherzi, scherni, sesso, alcool, spinelli, botte, risate, insulti, disprezzo e tanto altro – appartenga ormai ad un passato che è rimasto chiuso al di là di un portale di pietra pesante, uno stargate di cui non conosce la combinazione.
Shana trasmette chiaramente la sensazione di capire questo suo stato d’animo, ma di non poter far altro per lui se non ciò verso cui lo sta guidando.
«Si tratta di un bambino. Nel 1943 la casa in cui stava dormendo fu distrutta da una bomba e lui rimase ucciso, proprio mentre la famiglia si preparava a mettersi in marcia con altri sfollati verso mete più sicure. Non ci fu tempo per un degno funerale, restare sarebbe stato pericoloso per gli altri otto figli, e per Nardino furono spese poche frettolose preghiere.»
Solo allora Denis punta lo sguardo appena sotto di sé e vede una creatura dai boccoli biondi, di non più di quattro anni, che gioca con delle pietre. In effetti indossa vestiti inconsueti per un bimbo di quell’età dei nostri giorni: ha una giacchina in panno grigio impolverata, un bermuda di velluto, calzettoni tirati su fino al ginocchio e niente scarpe. Fa per dire a Shana che ancora non si sente pronto, che il suo unico desiderio sarebbe quello di tornare indietro, che non può occuparsi di se stesso… figurarsi di un bambino, ma quando si volta si accorge di essere rimasto solo e di non avere alternative.
Con brevi cenni di spinta di quella sostanza che ha preso il posto del suo corpo, può arrivare fin laggiù; con un po’ di fatica raggiunge il bambino alle spalle e cerca di non spaventarlo, ma quello subito si gira e lo guarda.
«Ciao Nardino…»
Lo sguardo del bambino si riempie di stupore. «Tu… tu mi vedi?» gli chiede quasi balbettando.
«Sì, ti vedo» gli risponde Denis avvicinandosi ancora e chinandosi verso di lui.
A quel punto sembra che l’essere stato costretto al silenzio per molto, moltissimo tempo, lo abbia fatto finalmente esplodere in un’urgenza incontrollabile di parlare.
«Finalmente… è tanto che aspetto qui… ma proprio tanto tempo… non saprei neppure dirti quanto, ma tanto tanto… ed è successo un brutto giorno in cui mi sono svegliato e non ho trovato più la mia famiglia, nessuno di loro… vedi? La mia casa era là, era fatta di pietra, avevamo le galline in cortile… io me lo ricordo bene… invece ora ci hanno costruito una casa diversa, molto più alta e senza pietre… e io ho visto tutte queste cose nel tempo in cui sono rimasto qui ad aspettare… e ho parlato con la gente… ma tutti fanno finta di non vedermi. Ho chiesto dove siano finiti i miei… ho pianto tanto… sapessi quanto ho pianto… ma nessuno, nessuno mi dice dov’è andata la mia mamma e quando tornerà a riprendermi. Ho avuto tanta paura quando c’erano delle bombe che cadevano dal cielo e poi toccavano terra e tutto saltava per aria… ma io non sentivo dolore, solo tanta tanta paura. Tu l’hai mai vista una bomba vera? Fischia forte mentre cade, ha un suono terribile, poi un botto spaventoso. Dopo c’è silenzio, la gente andava via… scappava… ma quando io chiedevo aiuto, gridavo e piangevo, nessuno si fermava ad aiutarmi… Poi dopo molto tempo sono arrivati dei signori e hanno buttato giù quello che restava della mia casa… io cercavo di fermarli, ma loro niente, buttavano giù tutto… e io piangevo, perché sapevo che poi mamma e papà e i miei fratelli sarebbero tornati e non avremmo più avuto un posto in cui dormire… neppure le galline c’erano più… Tu lo sai dove sono finite le mie galline? Io ci giocavo… ora gioco con le pietre… oppure qualche volta entro nelle case nuove e vado a guardare i giochini che i bambini che sono arrivati hanno nelle loro camerette. Quando torna mamma glielo dico che anche io voglio una cameretta così bella come quelle là. E le dico anche che ho imparato ad attraversare i muri. Vuoi vedere? Non è difficile… se vieni con me ti mostro come si fa… non devi avere paura, devi solo pensare di saperlo fare e sei già dall’altra parte. Io lo faccio sempre: vado a guardare come le mamme baciano i loro figli e certe volte mi metto anche io seduto sulle loro gambe, proprio come mi mettevo seduto sulle gambe della mia mamma quelle poche volte in cui aveva il tempo di leggermi le storie. Lei tornava sempre tardi dai campi, era stanca. A me ci pensava Annetta, la mia sorella più grande. La conosci tu Annetta? Dove sarà andata? Possibile che ancora non torna a prendermi? Io aspetto sempre qui perché se poi tornano, non la riconoscono mica la nostra vecchia casa, e magari poi se ne vanno e mi lasciano un’altra volta solo. Ma quando i bambini dormono, io passo attraverso i muri e vado a guardare i loro giochi, così non mi annoio, se no qui tutto solo, con la gente che fa finta di non vedermi… sai che noia? Invece tu mi vedi e mi parli. Come ti chiami?»
A Denis non sembra vero che improvvisamente si sia fermato, e temporeggia prima di rispondergli, temendo che poi possa riprendere il suo monologo.
«Mi chiamo Denis. Sì… Denis e ho diciassette anni. E… e sono qui per farti compagnia… e se siamo fortunati, riportarti dalla tua mamma.»
Per la prima volta, il bambino lo guarda davvero. Due occhioni verdi in un viso impolverato, con antichi solchi di lacrime incorniciati tra quei boccoli biondi, adesso lo fissano con un misto di stupore e di speranza.
«Dici… dici sul serio? Sai dov’è la mia mamma?» chiede sillabando in un sussurro.
«Vorrei, Nardino, ma non so bene dove sia. Però vorrei provare a fare qualcosa perché tu non debba più rubare altri abbracci materni e riprenderti quelli che ti appartengono.»
Denis non aveva mai provato prima di ora cosa significasse tirare indietro le lacrime che per l’emozione inumidiscono gli occhi. E avverte nel petto un nodo difficile da sciogliere, mentre tenta di tenere a bada il desiderio di stringere quella creatura a sé: sarebbe un gesto troppo emotivo per un duro come lui!
Ma Nardino ha lasciato le pietre e, tiratosi su, lo ha già preso per mano. «Allora andiamo?»
Andare dove? Fare cosa?
A Denis torna in mente che qualche tempo prima era capitato di seguire distrattamente un programma in tv in cui si parlava di Anime e di un bisogno forte di preghiere che queste hanno, motivo per il quale si è soliti richiedere messe dedicate ai propri congiunti affinché non vengano dimenticati e ricevano quella carica energetica di cui necessitano per arrivare a raggiungere la vera Luce.
Ma ammesso che funzioni davvero così, come può Denis convincere altri a pregare per quel bambino? Proprio lui che, ormai, non dispone più di un corpo e, come Nardino, non può farsi sentire?
Intanto, il calore di quella manina premuta dentro la sua lo induce a non mollare, a sforzarsi di cercare una soluzione. Servono preghiere? Vorrà dire che si partirà da una chiesa. Ed è lì che lo porta.
«E’ qui la mia mamma?» chiede Nardino mentre fissa il portone chiuso. Denis fa cenno di no con la testa, e gli sorride.
«Come avevi detto che si fa a superare i muri?» gli chiede, e Nardino, stringendo un po’ di più la presa, lo incoraggia «Fai come faccio io, sentiti sicuro di riuscirci e fai un passo insieme a me.»
E così fa. Un attimo prima di riaprire gli occhi, Denis viene investito dall’aria fresca di luogo antico, odorosa di cero e fiori. Sono in chiesa, hanno superato il muro, Nardino sorride. «Ecco! Hai visto? Semplice, no?!»
Il sorriso del bambino è straordinario e dolce. Ma poi Denis si guarda attorno e non sa bene cosa fare: lui in chiesa non ci mette piede forse dalla prima comunione, non ha preghiere da insegnargli; non ricorda nessuna storia di Santi che possa appassionare un bambino; non saprebbe inventarne nessuna.
Mentre pensa che forse non sia stata una buona idea, che deve cercare altrove la soluzione, e fa per voltarsi, ecco che dalla sacrestia un parroco molto anziano raggiunge l’altare, sfoglia un grande libro collocato lì, sopra un leggio, lascia un biglietto e una penna vicino a quel libro, poi sistema alcuni fiori nel vaso e se ne torna da dove era arrivato. Ovviamente, in tutto questo il parroco non si è accorto della presenza di quelle due Anime.
Denis guarda il foglietto e legge il nome. Pietro. Nel fare ciò, inavvertitamente con la mano urta la penna, che stranamente si muove. Si muove?! Allora significa che può afferrarla! Può afferrarla????!! Idea!!! Denis prende la penna e il foglietto, e accanto a Pietro scrive ‘Nardino’. Il bambino lo fissa curioso, lui lo rassicura: «E’ tutto a posto, vieni con me, andiamo!» e con un passo superano il muro e sono di nuovo all’aria aperta.
Ha avuto una grande idea Denis. Quando per il parroco sarà il momento di leggere il nome dei defunti su cui invocare la benedizione Divina, ecco che questa arriverà anche a Nardino. E infatti poco più tardi, i due rientrano in chiesa per verificare che l’idea funzioni e, mentre il piccolo gioca con i petali di un fiore, sente il suo nome e nei suoi occhi c’è un guizzo di stupore, come a chiedersi il perché quell’uomo stia parlando proprio di lui. Denis ora sa che l’idea può funzionare, ma per sperare di raggiungere l’obiettivo occorre ancora un passaggio.
Infatti aspetta pazientemente che la celebrazione termini e che la chiesa torni ad essere vuota. Si avvicina all’altare, cerca la penna che è finita sotto il leggio, la afferra e rivolgendosi a Nardino, gli fa segno di andare. «Coraggio. Ora tocca darsi da fare…»
Lo stratagemma viene ripetuto più e più volte: ogni giorno, moltiplicandolo per tutte le chiese del circondario, fino a raggiungere un numero impressionante di messe. Tanto che per i due è diventato quasi un gioco a punti, e ogni volta in cui sentono il celebrante pronunciare il nome di ‘Nardino’, forti di non poter essere sentiti si guardano e battono un sonoro cinque come due giocatori di una squadra che vince!
«A quante messe celebrate in nome mio saremo arrivati?!» chiede curioso Nardino, un giorno, al termine di una di queste.
«Direi ad un numero sufficiente» risponde inaspettatamente Shana, apparsa alle loro spalle.
Denis ha un sussulto. Preso dal gioco di accaparrare messe, ha quasi dimenticato quale sarebbe stato l’esito. Ma spera ancora di sbagliarsi, di poter rimanere ancora con il piccolo amico. Che intanto chiede a Shana «E tu chi sei?»
«La Luce che ti accompagnerà dalla tua mamma…» gli risponde. Nardino è incredulo, ha gli occhi gonfi per l’emozione, è ansioso di andare, ma ad un tratto si accorge che l’amico di questo lungo tempo di avventure non si è mosso di un solo passo.
«Denis! Allora… andiamo?!»
Il ragazzo raggiunge il piccolo all’altezza dei suoi occhi. Durante tutto quel tempo trascorso assieme avevano condiviso tanti pensieri, avevano appreso tanto l’uno dall’altro, e questo nuovo distacco acuiva il dolore per la sua condizione, il desiderio di tornare alla sua vecchia vita, la nostalgia dei suoi affetti, e a tutto questo non aveva mai smesso di pensare.
«Io resto ancora un po’, piccolino» gli dice «tanto tu ora avrai un mucchio di gente da rivedere e non potrai occuparti di me.» Pronunciando queste parole, sente addosso lo sguardo triste di quell’ometto che ultimamente era diventato il suo legame più forte.
E tendendogli la mano per ripetere un gesto da loro coniato e che avevano ripetuto tutte le volte in cui occorreva farsi coraggio, gli lascia il suo augurio.
«Buona Luce eterna, amico mio.»
Shana sa bene quanto dolore Denis stia provando, ma sa che per il ragazzo non esistono alternative. «Sei stato in gamba, davvero. Hai fatto un ottimo lavoro, un vero lavoro di squadra! Se saprai andare avanti così, un giorno vi rivedrete. ‘Quando’ dipenderà solo da te…» e così dicendo i due svaniscono, mentre Denis non ha più motivo di trattenere quelle lacrime amare e dense di una rabbia antica che ora gli vengono giù copiose per tante ragioni, ma di cui a nessuna saprebbe dare un nome.

2 § Spettatore inerme

«Questa volta non dovrai intervenire, ma solo guardare la storia che scorrerà sotto i tuoi occhi.» Shana è apparsa nel vuoto e si rivolge a Denis con la solita dolcezza.
«È una storia in tre tempi: il passato, il presente e un accenno del futuro. Perché il futuro è predeterminato solo per grandi linee, in quanto ognuno può provare a modificarlo attraverso le scelte che compie e la determinazione con cui le affronta.»
Mentre parlano, Denis si accorge di trovarsi all’interno di una casa, una casa che non gli sembra affatto di conoscere. La voce di Shana si fa sempre più sottile, fino a scomparire, e lei anche.
La casa inizialmente sembra essere vuota, poi la porta si apre ed entra una coppia con una neonata: sembrano felici, sono buone persone innamorate della loro creatura.
Gli anni scorrono piuttosto rapidamente, ma Denis non sembra riconoscere nessuno dei protagonisti. Ad un certo punto quella bambina, di nome Maria, si ammala: frequenti sono le andate e i ritorni dagli ospedali, o le sue lunghe degenze a casa; costante è la debolezza di quella ragazza e l’amore con cui viene accudita.
Trascorrono altri anni, durante i quali, nonostante le recidive del male, lei continua a studiare e a impegnarsi affinché la sua non sia una vita troppo diversa da quella dei suoi coetanei. Poi, nella stessa stagione, accadono due cose meravigliose: Maria consegue il diploma magistrale, e un luminare riesce a trovare la terapia a quel male nascosto che la insidia da lungo tempo. (..continua..)